Le numerose proprietà degli asparagi selvatici: prelibati, antidepressivi, energetici, riducono la cellulite e depurano


Nei canaloni, nei campi baciati dal sole, lì dove ci sono rovi, acqua e terreni bruciati. È il regno degli asparagi selvatici (Asparagus officinalis) piante suffruticose sempre verdi dalle foglie aghiformi diffusi nell’Europa centro-meridionale fin dall’antichità. Gli asparagi, specie quelli selvatici sono ricchi di sostanze energetiche e vengono da sempre ritenuti dei potenti afrodisiaci.

Questi ortaggi sono davvero poco calorici – circa 25 calorie per 100 grammi – mentre hanno molta fibra, vitamina C (in un etto ce ne sono 25 mg, il che equivale a circa un terzo del fabbisogno di una persona adulta), carotenoidi (i precursori della vitamina A, che ha un’azione antiossidante e protettiva della pelle e delle mucose e stimola l’azione del fegato), vitamina B e sali minerali, tra i quali calciofosforo e potassio: mangiando 100 grammi di asparagi si assume circa il 75% della quantità quotidiana necessaria di acido folico, sostanza molto importante per la moltiplicazione delle cellule dell’organismo e per la sintesi di nuove proteine. Gli asparagi sono molto depurativi e diuretici, se non ci sono controindicazioni vale la pena di approfittarne per aiutare e eliminare il ristagno di liquidi nei tessuti e quindi ridurre la cellulite. In generale migliorano le funzioni renali accelerando la diuresi e rimuovendo i sedimenti. Sei soggetto ad attacchi di malumore? Allora gli asparagi fanno al caso tuo: infatti, secondo alcuni studi questi ortaggi avrebbero una funzione antidepressiva, probabilmente legata alla loro azione disintossicante e diuretica. Mangiane con parsimonia solo se tendi a soffrire di disturbi renali, di cistiti e di calcoli renali, perché contengono acido urico che può incrementare l’infezione già in atto.

Una ricetta semplice? Sbollentati e poi saltati in padella con olio extravergine d’oliva e parmigiano grattugiato. Oppure sbollentati e poi sistemati per 15 minuti in un cartoccio di carta stagnola con olio, aglio, pomodoro fresco e pomodoro secco. Nel forno per 15 minuti e la prelibatezza è servita.

Ricette cagliaritane. Baccalà alla schiscionera, il piatto per la vigilia di Natale

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È uno dei piatti più comuni e popolari della tradizione cagliaritana e affonda le sua radici nel Villaggio dei Pescatori di Giorgino, rione ubicato tra Cagliari e Capoterra. Si tratta del baccalà alla “schiscionera”, pietanza servita per lo più durante la cena della vigilia di Natale.

A raccontare la sua storia e a illustrare la ricetta sarà Annalisa Atzeni, cuoca professionista specializzata in cucina tipica sarda e presidentessa del Comitato Antichi Mestieri della Trexenta. “Questa ricetta mi è stata tramandata da mia madre. Fin da giovanissima lavorava come sarta e faceva i turni in cucina dalle suore a Giorgino e lì, negli anni, ha conosciuto e imparato tantissimi piatti della tradizione che poi, una volta tornata a Sisini (frazione di Senorbì dove abitavano, ndr), preparava per la famiglia”.

Il baccalà era il pesce dei poveri: arrivava a Cagliari come merce di scambio, già sotto sale ed era l’unico modo che avevano i meno abbienti che risiedevano nei paesi dell’entroterra, di mangiare pesce. “I miei bisnonni avevano una bottega in paese e qui vendevano anche il baccalà. Mia madre infatti poteva prepararcelo grazie a questa disponibilità”. Lo si mangiava di solito durante la cena della vigilia di Natale, pasto che doveva mantenersi magro in vista del più lauto pranzo del giorno dopo e lo si faceva in due modi: in bianco o in rosso, al sugo. Quello che non doveva mai mancare era “sa schiscionera”, il tegame di coccio in cui lo si cucinava (che di solito era parte della dote del matrimonio e nel quale si cucinavano tutti i piatti in umido): il nome della ricetta infatti deriva proprio da questo contenitore.

Ricetta: Baccalà alla schiscionera, su ricetta tramandata oralmente

Si inizia la preparazione almeno 24 ore prima della cottura, mettendo il pesce in ammollo e cambiando l’acqua una o due volte per togliere il sale. Poi lo si risciacqua bene e lo si mette a bollire intero una ventina di minuti. Successivamente lo si scola e lo si asciuga con un canovaccio per togliere i residui di acqua e di sale. Si tolgono lisca e spine, parte della pelle e lo si taglia a tocchetti. Nel mentre si prepara il tegame facendo soffriggere olio evo e cipolla e si mette il baccalà sul fondo del tegame a rosolare. Si aggiunge un po’ di vino bianco dolce Moscato e, dopo averlo fatto sfumare, si aggiunge un po’ d’acqua, si copre con un coperchio e lo si lascia cuocere a fuoco medio-basso per una decina di minuti. A questo punto si aggiungono prezzemolo e aglio tritati e dopo 5 minuti si toglie dal fuoco e si lascia stufare per un paio d’ore. Per la variante in rosso, dopo aver preparato un sugo classico al pomodoro, lo si aggiunge al baccalà in bianco una volta pronto.

Vino consigliato dal sommelier F.I.S. (Federazione italiana sommelier) Stefano Mazzella: “Se nella tradizione si accompagnava il baccalà con del vino bianco fatto in casa, oggi si può consigliare un Vermentino per contrastare il gusto forte del baccalà e la dolcezza del vino usato in cottura”.

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