LE RAGIONI DEL PATTO TRA MAFIA E CHIESA

Mi occupo di mafia dal 1996, quando, di ritorno in Sicilia dopo un periodo di studio e lavoro fuori dall’isola, ho pensato che il mio rientro dovesse essere in qualche modo giustificato da un impegno particolare. L’inizio della mia ricerca è legato a un evento specifico: l’elezione di Maria Concetta Riina all’interno del Consiglio d’Istituto del liceo che frequentava. Ci si è chiesti se la figlia di un capo mafia potesse rappresentare gli studenti all’interno di un consesso pubblico e soprattutto se avrebbe potuto farlo senza prendere una posizione altrettanto pubblica nei confronti della propria famiglia o della mafia. Mi sono messa a studiare quindi la questione dei ruoli femminili nella mafia, allargandola poi ai rapporti tra mafia e politica, allo scopo di capire come funzionasse l’intera struttura.

E, senza cercarlo, è emerso un elemento fortemente ri-corrente, quello del rapporto tra Chiesa e mafia. Nelle parole delle donne, nelle intercettazioni che riguardano gli uomini di mafia, nelle relazioni esterne, nei documenti ufficiali emergeva questo connubio inquietante. Possiamo chiederci come sia possibile appartenere alla mafia, e quindi uccidere e fare della violenza uno strumento per ottenere profitti, ed essere effettivamente religiosi. Troppo facile spiegare il tutto dicendo: “non sono veri religiosi”. Questa non è una vera spiegazione. Ho voluto quindi proseguire l’indagine.

Un elemento curioso è che la “confessione” gli uomini d’onore non la facevamo mai direttamente, ma la facevano fare alle loro donne. Erano le mogli che si recavano al confessionale, oppure, quando erano loro ad andare, ricorrevano a una formula standard: “Padre, mi assolva”, “Cosa hai fatto figliolo?”, “Niente, sono innocente come Gesù Cristo”. E la confessione finiva così.

Un altro esempio è offerto dalle intercettazioni di Guttadauro, aiuto primario in uno degli ospedali di Palermo, e capo mafia a Brancaccio: la mattina si dedicava a ricevere i mafiosi, nel pomeriggio i politici di turno, e la sera istruiva il delfino che avrebbe dovuto sostituirlo, invitandolo a confessarsi, ma raccomandandogli di scegliere il sacerdote giusto. Gli racconta: “Sai cosa mi è successo? Un giorno mi sono andato a confessare e il sacerdote mi ha detto che esiste il peccato di mafia. Questa cosa non l’avevo mai sentita. Quindi, prima di andarti a confessare, devi trovare il soggetto giusto”. Questo per rilevare la stretta relazione che esiste tra dimensione mafiosa e dimensione religiosa. Analogamente, dalle intercettazioni che hanno preceduto l’arresto del sacerdote carmelitano padre Frittitta, si evince che il prete andava a celebrare la messa nel covo di Pietro Aglieri, detto il Signorino, capo mandamento di una delle zone più mafiose di Palermo, il quale si era costruito una cappella interna; quando padre Frittitta è stato arrestato e gli è stato chiesto perché avesse confessato Aglieri e gli avesse dato l’Eucarestia, ha dichiarato: “Non l’ho confessato perché lui mi ha detto che era stato già confessato”. Padre Frittitta è stato assolto in Cassazione dall’accusa di favoreggiamento alla mafia. Sempre da intercettazioni, viene definito “l’uomo giusto: se fossi stato sacerdote anche io sarei stato come lui, non si spaventa di niente”.

 

Un elemento di appartenenza e di identità

Ho cominciato quindi a studiare come Chiesa e mafia, religione e mafia, potessero andare insieme. Ci sono due lati della medaglia che vanno analizzati per poter capire. Da una parte ci sono i mafiosi: perché i mafiosi sono religiosi? Dall’altra c’è la Chiesa: come può la Chiesa tollerare la presenza della mafia all’interno delle sue liturgie? Come mai la Chiesa non ha espresso una posizione unitaria nei confronti del fenomeno mafioso? Riguardo al primo punto – perché i mafiosi sono religiosi – esistono diverse ragioni. Innanzitutto, una ragione di carattere interiore. Gaspare Mutolo, killer di Partanna Mondello, che ha ucciso più di 20 persone, ha dichiarato: “Noi mafiosi siamo religiosi perché siamo anche noi fatti di carne e di ossa. Lo sa cosa volevo fare da bambino? Il missionario, perché volevo aiutare la gente”. Un altro collaboratore, Francesco Paolo Anzelmo, diceva: “A me non piaceva stare dentro la mafia, e sa cosa facevo per continuare a uccidere le persone? Andavo in chiesa e chiedevo ogni volta alla Madonna il coraggio di andare avanti”. Questo a livello individuale. Poi c’è il livello dell’organizzazione criminale: la dimensione religiosa diventa un elemento fondamentale di appartenenza e d’identità. Come mai Bernardo Provenzano usa la Bibbia per comunicare? Perché la Bibbia costituisce un punto di vista culturale a cui tutti possono attingere, dà credibilità all’organizzazione, offre un repertorio di idee. In un’organizzazione entrata in crisi dopo le stragi, l’atteggiamento e lo stile di leadership di Provenzano, con il suo uso delle citazioni bibliche, ha offerto all’organiz-zazione un luogo dove potersi ritrovare.

Un altro elemento è quello strumentale. È emerso chiaramente negli ultimi anni che la mafia non è forte quando spara, ma quando non ha bisogno di farlo, quando ha il consenso, quando normalizza l’illegalità. Quindi, in un contesto come quello siciliano, cosa può rappresentare un elemento di normalizzazione e di consenso più della Chiesa? Ho raccolto tante testimonianze che datano sin dalle origini del fenomeno mafioso. Quando vediamo che, nel 2005, durante la festa di Sant’Agata a Catania, i membri del clan Mangion Santapaola sono sul fercolo della santa o che si fa deviare il percorso della processione per passare sotto la casa di Mangion, che era stato appena rilasciato, perché la santa desse il benvenuto al capomafia tornato a casa, capiamo che non si tratta di un elemento di folclore, come è stato detto qualche volta, ma di una forma importante di legittimazione. Se tutto questo è accaduto, mi sono chiesta, è perché i mafiosi sono estremamente intelligenti e hanno usato una strategia comunicativa efficace? Purtroppo le cose non stanno così: c’è anche l’altra faccia della medaglia.

Il peccato più grave

Se i mafiosi avevano tutte le ragioni per voler saldare questo patto con la Chiesa, che ragioni aveva la Chiesa per legittimare i mafiosi? Perché, in effetti, è quello che ha fatto per tanto tempo. Anche in questo caso le ragioni sono molteplici. Una prima ragione è data da motivi di carattere economico. Negli anni ’40 alcuni mafiosi americani riciclavano il denaro sporco attraverso donazioni alle varie confraternite e chiese. Queste elargizioni in denaro hanno costituito un legame economico che per molti anni una parte della Chiesa non ha rifiutato. Il collaboratore di giustizia Francesco Marino Mannoia ha raccontato di come loro, attraverso Sindona e il gruppo Bontade, così come Riina attraverso Gelli, facessero i loro investimenti nelle banche vaticane. Queste non sono favole, ma fatti concreti.

Tralascio i casi di coinvolgimento personale di alcuni sacerdoti in fatti di mafia. In generale, c’è un elemento di scarsa conoscenza e di sottovalutazione del fenomeno mafioso. A cosa è dovuta questa sottovalutazione della pericolosità della mafia? Possiamo fare delle ipotesi. Pensiamo alla vicenda del card. Ruffini, che, all’indomani della strage di Portella della Ginestra del primo maggio 1947, in cui furono uccise 12 persone e diverse decine rimasero ferite, disse la stessa cosa che Andreotti ha recentemente affermato su Ambrosoli, “se l’è andata a cercare”: “Come vescovo non posso certo approvare le violenze da qualunque parte provengano, ma è un fatto che la reazione all’estremismo di sinistra stia assumendo proporzioni impressionanti. Del resto, si poteva ritenere inevitabile la reticenza e la ribellione di fronte alle prepotenze, alle calunnie, ai sistemi sleali dei comunisti”. In sostanza, se la sono voluta loro se li hanno uccisi. È necessario operare una distinzione tra la Chiesa dei documenti ufficiali e la Chiesa dei singoli soggetti. Prima si accennava al card. Pappalardo: anche la sua è stata una vicenda altalenante. Sotto pressioni locali forti, il cardinale disse esplicitamente, in occasione della celebrazione del maxi processo: “Maxi processo è una brutta espressione, un termine mercantile: lo fa diventare una cosa spettacolare”. Poi proseguì dicendo: “Siete voi che mi avete attribuito l’etichetta di vescovo antimafia, la mafia è solo una delle cose di cui mi occupo, una di quelle marginali, può rappresentare il 2% della mia attività di vescovo”.

Se andiamo a sentire cosa è stato detto durante l’omelia dei funerali di Vito Ciancimino, ci rendiamo conto di quanto faccia riflettere il fatto che il sacerdote celebrante possa dire di Ciancimino: “Ha fatto bene nella politica, come nella vita privata”. E a chi gli chiedeva se era sicuro di ciò che aveva affermato, il prete ha risposto: “Io non registro le omelie, non mi pare di aver detto così, comunque volevo dire che Ciancimino ha impiegato le sue energie sia nella vita privata che nella politica, nulla più, qui non c’è nessuno da condannare. Mi interessava parlare dell’uomo e dei suoi talenti, indipendentemente da come li utilizza”.

Di queste omelie, che cadono inosservate, ve ne sono tante: io mi sono chiesta quale sia l’effetto che omelie di questo genere possono avere non solo sul cittadino qualunque, ma, in termini di legittimazione, sul mafioso, dal momento che lo stesso sacerdote dice che esiste una giustizia terrena ma che l’unica giustizia è quella divina. È quanto sento dire dai sacerdoti della diocesi di Palermo tra cui ho svolto l’indagine e io mi domando: in che cosa differisce il loro sentire da quello dei mafiosi?

Un giorno vado da un sacerdote e questi mi saluta dandomi un dollaro e dicendo: “Professoressa, non c’è nulla di più da imparare di ciò che c’è scritto su questo dollaro, In God we trust (In Dio confidiamo)”. Poi mi chiede; “Secondo lei, qual è il peccato più grande?”; io lo guardo e dico: “L’omicidio?”; e lui “No, no, no, il più grande peccato è la delazione, perché è il peccato di Giuda: sono peggio i collaboratori di giustizia che i mafiosi”. “I collaboratori di giustizia sono esseri a Dio spiacenti e agli amici suoi”, e mi ha liquidato così.

Un altro aspetto di grande importanza è dato dalle posizioni ufficiali della Chiesa, elemento che mette in evidenza la profonda sofferenza e l’enorme spaccatura che esistono all’interno della Chiesa relativamente al problema mafia.

Nel 1996-1997 viene arrestato padre Frittitta, che sembrava avesse favorito la latitanza di Aglieri. In quella situazione, l’allora arcivescovo De Giorgi, al di là di quello che sarebbe stato l’esito del processo, inizia ad indagare se il sacerdote potesse essere moralmente responsabile del fatto di essersi introdotto nel covo di un mafioso latitante. E già questo crea dei problemi… Addirittura, il provinciale dei carmelitani scrive su un giornale che essi si erano chiesti se il metodo antimafia di Caselli fosse cristiano, e che la loro conclusione era stata negativa. Ancora, lo stesso card. De Giorgi convoca cinque saggi e chiede loro di esprimere un’opinione sulla situazione di Frittitta. E il loro documento conclude che il religioso ha esercitato un’indebita cappellania, nel senso che è vero che la Chiesa deve andare in cerca della pecorella smarrita, ma che in quel caso si era portato l’ovile nel covo nel latitante. A Palermo si è verificata una spaccatura fortissima e il card. De Giorgi è stato accusato di non avere uno spirito misericordioso, di aver assunto un atteggiamento anticristiano. Da quel momento, il cardinale si è lentamente ritirato, e siamo caduti in una situazione di silenzio e intorpidimento, in cui chiunque provi a fare qualcosa diventa una mosca bianca, un bersaglio della criminalità. In questo contesto, il lavoro di Libera e di don Ciotti rappresenta un’eccezione, non solo per il suo lavoro all’in-terno della Chiesa, ma soprattutto per le alternative che offre a chi vuole veramente impegnarsi nella lotta antimafia.

 

http://www.eucaristiamafiosa.it/le-ragioni-del-patto-tra-mafia-e-chiesa/

 

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