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32 anni fa un uomo salvò il mondo ma nessuno lo conosce

DiPaul Polidori

Mar 2, 2016

rreva l’anno 1983, nel mezzo della guerra fredda, tempi che “bruciavano” come mai era accaduto dalla crisi dei missili di Cuba. Il 23 marzo, il Presidente Reagan lanciò la sua “Star Wars: Guerra delle galassie”, definendo la Russia “L’impero del male”.
Contava oltretutto su un importantissimo alleato anch’esso deciso a porre fine al comunismo, Giovanni Paolo II. I pianeti sembravano allineati per “eliminare” l’Unione Sovietica, e i sovietici presero la cosa sul serio.
USA e NATO progettavano di posizionare missili nella Germania dell’Ovest, e nel frattempo organizzavano un’esercitazione militare in Europa.
Ma i leader dell’Unione Sovietica avevano vissuto la seconda guerra mondiale e ricordavano benissimo come, con il pretesto di una esercitazione, Hitler avesse ingannato Stalin e poi lanciato l’Operazione Barbarossa.
Permettere che ciò accadesse di nuovo era inammissibile.
Ritenendo che l’esercitazione fosse una copertura per una reale invasione, presero una decisione: scaricare tutte le proprie armi al primo segno di attacco nucleare.
La tensione era all’apice. Al punto che il primo settembre 1983, un aereo di linea sud coreano entrò per errore nello spazio aereo sovietico e i russi non esitarono ad abbatterlo senza alcun preavviso, uccidendo 269 persone, tra le quali era presente un senatore e diversi cittadini americani.
Questo episodio non sarebbe potuto succedere in momento peggiore.
La notte del 25 settembre del 1983, un colonnello di 44 anni della sezione spionaggio militare dei servizi segreti dell’Unione Sovietica arriva al proprio posto di comando al Centro di allerta precoce, da dove coordinava la difesa aerospaziale russa.
Quella sarebbe dovuta essere la sua notte libera, ma era stato richiamato all’ultimo minuto perché il collega che doveva essere in servizio era in malattia.
Il suo compito era quello di analizzare e verificare tutti i dati che provenivano da un satellite in vista di un possibile attacco nucleare dall’America. Per far ciò, aveva a disposizione un protocollo semplice e chiaro, redatto da lui stesso.
Dopo i dovuti controlli, avrebbe dovuto allertare il proprio superiore, che immediatamente, avrebbe dato inizio ad un massiccio contrattacco nucleare su Stati Uniti e tutti i suoi alleati.
Poco dopo lo scoccare della mezzanotte, esattamente alle 12.14 del 26 settembre del 1983, scattano tutti i sistemi di allarme; iniziano a suonare le sirene, e sui monitor dei computer compare: “attacco di missile nucleare imminente“.
Era stato lanciato un missile da una delle basi degli Stati Uniti.
L’ufficiale da l’ordine di mantenere la calma, che ognuno faccia il proprio lavoro. Così come lui fa il proprio.
Verifica tutti i dati e richiede la conferma dalla veduta aerea, l’unica che il satellite non ha potuto confermare a causa delle condizioni atmosferiche di quella notte.
Nonostante le altre conferme, conclude che deve essersi verificato un errore. Non era logico che gli USA lanciassero un solo missile se avevano davvero l’intenzione di attaccare l’Unione Sovietica.
Così ignora l’avviso, considerandolo un falso allarme.
Subito dopo, però, il sistema mostra un secondo missile. E poi un terzo.
In preda ad una scossa adrenalinica, dal secondo piano del bunker può vedere, nella sala operativa, la grande mappa elettronica degli Stati Uniti con la spia che lampeggia ed indica la base militare sulla costa est, da cui erano stati lanciati i missili nucleari.
In quel momento, il sistema avverte di un altro attacco. Un quarto missile nucleare e immediatamente dopo un quinto.
In poco meno di 5 minuti, ben 5 missili nucleari erano stati lanciati da basi americane contro l’URSS. Il tempo di volo di un missile balistico intercontinentale dagli Stati Uniti era di circa 20 minuti.
L’attività è frenetica. Intanto lui analizza i dati…
Dopo aver rilevato l’obiettivo, il sistema di allarme avrebbe dovuto passare attraverso 29 livelli di sicurezza per conferma; l’uomo comincia ad avere forti dubbi man mano che vengono superati i vari livelli di sicurezza.
Sa che il sistema potrebbe avere un qualsiasi malfunzionamento. Ma poteva davvero l’intero sistema essere in errore, 5 volte? O stava affrontando Armageddon?
Il principio di base della strategia della guerra fredda sarebbe stato un massiccio lancio di armi nucleari, una forza travolgente e contemporanea di centinaia di missili, non 5 missili uno dopo l’altro, ma tutti insieme. Doveva per forza esserci un errore.
E se invece non lo fosse stato? Se fosse una astuta strategia americana? L’olocausto tanto temuto stava per accadere e lui non faceva niente?
C’erano cinque missili nucleari balistici intercontinentali in viaggio verso l’URSS e lui aveva solo 10 minuti per prendere la decisione se informare i leader sovietici… Essendo consapevole che se avrebbe segnalato ciò che tutti i sistemi stavano confermando, avrebbe scatenato la terza guerra mondiale.
I 120 tra ufficiali e ingegneri militari, gli occhi fissi su di lui, aspettano trepidanti la sua decisione.
Mai prima nella storia, né dopo, a nostra conoscenza, sarebbe stato il destino del mondo nelle mani di un solo uomo come lo è stato in quei 10 minuti. Il futuro del mondo dipendeva solo dalla sua decisione, mentre lottava con sé stesso se premere o meno il fatidico “bottone rosso”.
Riflette: gli americani non sono ancora in possesso di un sistema di difesa missilistico e sono consapevoli che un attacco nucleare all’URSS equivale all’annientamento immediato del proprio popolo. E anche se diffidi di loro, sa che non sono suicidi. Allora si dice: “Un tale imbecille non è ancora nato nemmeno negli Stati Uniti.”
Sapendo che se era in errore, un’esplosione 250 volte maggiore rispetto a quella che era stata per Hiroshima si sarebbe scatenata su di loro su di loro entro pochi minuti senza che essi potessero far più nulla, riesce a mantenere il sangue freddo, e ad avere il coraggio di ascoltare il proprio istinto e di conformarsi alla conclusione logica suggeritagli dal suo buonsenso.
Così decide di segnalare un malfunzionamento del sistema.
Paralizzati e sudando freddo, i 120 uomini al suo comando iniziano a contare i minuti che mancano perché i missili raggiungano Mosca.
Quando d’improvviso, a pochi secondi dalla fine, le sirene cessano di suonare e le spie di allarme si spengono.
Aveva preso la decisione giusta. E salvato il mondo da un cataclisma nucleare.
I suoi compagni, increduli e madidi di sudore, gli si gettano addosso, abbracciandolo e proclamandolo un eroe.
Lui si accascia sulla sua sedia e beve oltre mezzo litro di vodka senza neanche respirare. Alla fine di quella notte, avrebbe dormito 28 ore di fila.
Quando tornò al lavoro, i suoi compagni gli regalarono una TV portatile di fabbricazione russa per ringraziarlo. Erano tutti vivi grazie alla decisione che era riuscito a prendere.

colonnello-Stanislav-Petrov

http://blog.saltoquantico.org/32-anni-fa-uomo-salva-il-mondo/?user=Elisabetta

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