Attentati dell’Isis, cosa può fare l’Occidente?

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La strategia messa in campo fino ad ora non è riuscita a fermare gli attacchi terroristici. America e alleati pronti a intensificare gli sforzi in Libia e in Iraq

approccio all’Isis, che potrebbe comportare un cambio di strategia.

Finora Washington ha operato considerando lo Stato Islamico come una minaccia seria, ma regionale. Se invece confermasse che i tre attentati in Tunisia, Francia e Kuwait sono stato coordinati dal Califfato, che prepara attacchi simili anche sul territorio americano, diventerebbe indispensabile definire una nuova linea di difesa e contrattacco.

La posizione della Cia era stata espressa dal direttore nazionale dell’intelligence James Clapper, quando pochi mesi fa aveva detto al Congresso che «l’Isis è una minaccia regionale. Probabilmente pianifica di condurre operazioni contro gli alleati locali, le strutture occidentali, e il personale nel Medio Oriente». Il capo degli stati maggiori riuniti, Martin Dempsey, aveva aggiunto che l’Isis era «il prodotto di un conflitto interno all’Islam».

Minaccia globale

Su questa base è stata costruita la strategia adottata finora dagli Usa, che si regge su diversi punti: i bombardamenti in Iraq e Siria per colpire i terroristi, le loro risorse economiche e i rifornimenti; il cambio di governo a Baghdad per includere di più i sunniti; l’addestramento delle truppe irachene, e ora dei ribelli siriani non jihadisti; il riarmo dei curdi; la creazione di una coalizione internazionale guidata dal generale Allen che aiuti questi sforzi, e spinga alleati come Turchia e Arabia a fare di più per contrastare l’Isis, o nel caso del Qatar a smettere di sostenerlo; le operazioni di polizia per tenere sotto controllo l’afflusso e il ritorno in patria dei combattenti stranieri; l’opera per contrastare la propaganda digitale del Califfato e intercettare i sostenitori reclutati all’estero, e quella per aiutare gli imam e gli esponenti dell’Islam moderato a prevalere sugli estremisti violenti.

Sullo sfondo, poi, c’è il negoziato nucleare con l’Iran, che se tornasse a comportarsi in maniera responsabile, e magari accettasse di dialogare con l’Arabia, potrebbe aiutare a comporre lo scontro fra sunniti e sciiti che sta dilaniando il Medio Oriente.

Al G7 di Garmisch, però, era stato lo stesso presidente Obama ad ammettere che «non abbiamo ancora una strategia completa», perché questa non sta dando abbastanza risultati. Due giorni dopo ha annunciato l’invio in Iraq di altri 450 soldati, che si aggiungono ai circa 3000 già schierati con compiti non di combattimento.

Cambio di rotta

L’Isis ha perso alcuni colpi, come a Kobane o con l’avvicinamento dei curdi a Raqqah, ma ne ha fatti altri, come a Ramadi. Se però da minaccia regionale si trasforma in minaccia globale come Al Qaeda, ma adottando una strategia di attacchi ridotti e più numerosi, diventa urgente cambiare approccio.

Suggerimenti ne sono arrivati da molte parti, come aveva fatto il Council on Foreign Relation con un rapporto realizzato da Max Boot, ma l’ultimo che ha fatto più discutere è stato quello proposto da Richard Fontaine, presidente del Center for a New American Security ed ex consigliere del senatore McCain, e Michéle Flournoy, che era stata nella «short list» di Obama per diventare capo del Pentagono.

http://www.lastampa.it/2015/06/28/esteri/attentati-dellisis-cosa-pu-fare-loccidente-Z5lSPAtTwdyRdGrtvC6M2M/pagina.html

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