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Chi è davvero Bono Vox? L’inchiesta choc sugli U2

DiPaul Polidori

Set 7, 2015

Bono, la rockstar leader degli U2, è buono davvero? Ma Bono, la rockstar leader degli U2, è buono davvero? Leggendo il libro di Harry Browne “The Frontman. Bono (nel nome del potere)” tradotto da Alberto Prunetti e uscito per le edizioni Alegre, sembra proprio di no. Sotto i panni del filantropo scopriamo che si nasconde l’uomo di fiducia delle lobby del potere economico e politico mondiale

Browne, irlandese ma di origini italo-americane, ha analizzato e scandagliato in maniera precisa e approfondita un’infinità di dati e fonti che fanno a pezzi il personaggio carismatico degli U2. Una lucida analisi che si occupa di “smontare” passo dopo passo i tre grandi scenari nei quali si muove la figura di Bono Vox:  l’Irlanda, l’Africa e il mondo delle corporations.

“This is not a rebel song”

Si parte dal conflitto nord-irlandese, presente nella traccia “Sunday Bloody Sunday“, e dal testo ambiguo: “Questa non è una canzone di ribellione” ripete il leader Bono Vox. Si riferisce a due eventi sanguinosi: uno nel 1920 quando l’Ira (Esercito Repubblicano Irlandese) uccise diversi agenti britannici e dei tifosi persero la vita sotto il fuoco dell’esercito inglese a una partita di calcio e il secondo, ebbe luogo nel 1972, quando i paracadutisti inglesi uccisero dei civili disarmati nella marcia di Derry che rivendicavano i diritti dell’Irlanda del Nord.

“Sunday bloody sunday” era una canzone che si opponeva ai massacri e che ribadiva l’identità irlandese, ma di quale irlandesità si trattava? In realtà non dice nulla sui responsabili dei massacri, i quali tra l’altro vengono descritti in modo fin troppo vago. Alcuni versi offensivi che reclamavano i diritti civili furono addirittura modificati dal chitarrista The Edge: Segno che la linea del gruppo era ben delineata, seguiva un orientamento preciso, di non spiacere a nessuno

La canzone è un inno alla pace che nasconde volutamente l’idea del conflitto vanificandone le ragioni. ll gruppo sostenne le posizioni dell’establishment britannico e di quello irlandese moderato mantenendo il silenzio sulle cause del conflitto e sul ruolo stragista dello stato, in questo modo non fece che prolungare la guerra, dando la colpa ad un’Ira impazzita. La carriera di Paul Hewson, in arte Bono Vox, “buona voce” della middle class irlandese, ebbe molti benefici dalla questione nord-irlandese.

“Credo che la più grande beneficenza sia pagare le tasse nel paese in cui vivi”. (Bono Vox)

Tra gli argomenti per cui gli U2 non sono più tanto amati in Irlanda, c’è quello dell’evasione fiscale. Nel paese fino a pochi anni fa vigeva un regime di tassazione agevolato, in particolare per le royalties degli artisti, ma causa la crescente crisi economica nel 2006, il governo irlandese fissò un tetto per l’esenzione a 250.000 euro annui per contribuente – soglia che la grande maggioranza di scrittori, pittori e musicisti poteva solo sognare, ma per gli U2 costituiva un problema. La band reagì  spostando il ramo della pubblicazione musicale ad Amsterdam, dove i diritti d’autore sarebbero stati tassati solo al 5%.

Il quotidiano “Irish Times” li criticò ne fece una questione morale: “Troppo facile dare lezioni ai contribuenti sulle responsabilità del loro governo, mentre giri il mondo, e un terzo dei tuoi guadagni è esentasse. Ma se un obiettivo-chiave è alzare la quota di aiuti del governo irlandese ai paesi poveri fino allo 0,7% del Pil, non è bello dopo più di vent’anni di esenzione fiscale, salti giù dalla nave per non pagare quello che molti vedono come il tuo doveroso contributo”.

Accusati di aver privatizzato i profitti e socializzato le perdite, Bono e compagni abbandonavano l’Irlanda, quando il paese aveva più bisogno di reddito per resistere al programma di austerità del governo. La cantante Sinead O’Connor reagì e inviò un tweet al cantante, storpiandone il nome: “ Io le tasse le pago in Irlanda, Bozo”.

Come una corporation

Gli U2 non sono solo una rockband. da anni sono diventati una holding, la società si chiama Not Us Ltd, e arrivò sotto i riflettori nel 1995, quando venne minacciata di essere depennata dal registro delle imprese per non aver presentato la dichiarazione dei redditi. La corporation, conta innumerevoli società dal profilo incerto, residenti in paradisi fiscali off-shore, ma il grosso delle attività sembra consistere nel farsi prestiti a vicenda. Scatole cinesi per nascondere debiti, speculazioni edilizie e società in fallimento.

Bono Vox, mentre si ammanta di pacifismo, è stato proprietario negli Usa di due società produttrici di videogiochi di guerra, uno aveva come scenario andare in Venezuela per conto di alcune società, creare un colpo di stato per togliere di mezzo un tiranno venezuelano (ogni riferimento a Hugo Chavez è puramente casuale). Bono non ha mai commentato lamentele dei politici e degli attivisti venezuelani che sottolineavano quanto l’idea di un colpo di Stato sostenuto dagli Stati Uniti contro il governo del loro paese fosse spaventosa.

 

Nel 2004 viene creata ONE, organizzazione senza scopo di lucro, ONE viene dal titolo di una delle canzoni degli U2. Inizialmente era una coalizione di organizzazioni statunitensi, tra cui Oxfam America, Save the Children, World Vision, Data, parteciparono anche personaggi pubblici, tra cui Condoleezza Rice. Il contributo finanziario più rilevante è quello della Fondazione di Melinda e Bill Gates.

Cosa si propone di fare la ONE? pratiche di lobbying planetarie sui temi della filantropia.

In verità? Solo l’1% del ricavato è destinato ad opere caritatevoli.

Qual è l’obiettivo che persegue? Imbonire il pubblico occidentale sulla promozione di soluzioni scientifiche e tecnologiche, volte ad aumentare la produzione agricola nelle zone più povere del mondo, attraverso l’uso degli OGM, perlopiù in partnership con aziende come Monsanto!

“La fame è una cosa assurda… ma sappiamo cosa fare” 

Fin dagli anni in cui Bono Vox si dava da fare con i baracconi finti del Live Aid, per l’Africa ha sempre proposto soluzioni neoliberiste. Browne insiste con dovizia di particolari, ma non prende di mira la rockstar nella sua persona, analizza, il modo in cui personaggi simili servano al capitalismo e quale sia la loro funzione sistemica.

Il giornalista racconta che in un convegno in Africa sulla povertà prese la parola un militante africano, il quale mosse una critica, condivisa da tanti economisti, al sistema di aiuti occidentali, mettendo in discussione le modalità, la consistenza dei fondi e le ditte africane che gestivano questi soldi. Bono gli disse una parola sola: “Stronzate!”, rivelando la sua arroganza da neocolonialista bianco che sa come devono essere compiute le azioni di sostegno, perché devono andare verso i profitti dell’Occidente.

I programmi di agrobusiness che queste società stanno portando avanti in paesi come l’India e il Messico hanno prodotto l’indebitamento dei contadini, costringendoli a vendere le proprie terre per sostenere le spese necessarie ad acquistare i semi Ogm e i fertilizzanti, divenuti necessari su terreni esauriti.

G8, Camp David 2012 –  Bono era stato invitato al Global Food Summit e  dichiarò: «You know, nessuno vuole più vedere quei pancioni dilatati (sic)… La fame è una cosa assurda. Sappiamo cosa fare. You know, ci sono nuovi approcci globali all’agricoltura che incrementano la produttività».

In quel “sappiamo” ritroviamo,la visione coloniale del mondo occidentale che conosce la soluzione e la impone a un paese ritenuto inferiore di autodeterminarsi. La campagna per l’Africa si rivela una pratica di marketing, le attività intraprese da Bono sulla cancellazione del debito dei paesi poveri sembrano essere nate con ben altri obiettivi e altri scopi. Secondo Browne, i paesi in difficoltà sarebbero rimasti sempre insolventi poiché incapaci di produrre ricchezza già prima che arrivasse Bono, la Casa Bianca si era impegnata a ridurre di due terzi il debito dei paesi poveri, mediante un piano della Banca Mondiale.

Quello che il leader degli U2 si guarda dal discutere con i potenti del mondo, Tony Blair, George Bush, o Bill Clinton, sono le ragioni per cui in questi paesi l’economia resta bloccata e asservita a strutture autoritarie appoggiate dalle multinazionali che hanno bisogno dei terreni africani per produrre prodotti da vendere in costosi ristoranti.

A supporto di questo ragionamento l’autore dimostra, che dove Bono è passato la povertà non è diminuita semmai aumentata.

Il cantante, secondo Browne, fa parte dell’industria basata sull’umanitarismo delle celebrità, la quale proponendo false soluzioni sui temi della disuguaglianza e della povertà contribuisce al mantenimento dello stato di fatto.

“E allora smettila!”

Uno degli aneddoti narrati nel libro-inchiesta, merita di essere ricordato. Ad un concerto a Glasgow la band impone il silenzio e Bono Vox comincia a battere le mani in modo solenne, per richiamare l’attenzione. A questo punto dovrebbe partire uno dei discorsi sensibilizzanti sull’Africa infatti lui attacca: “Ogni volta che batto le mani in Africa muore un bambino”.Qualcuno dal pubblico, in un impeto di ribellione, gli abbia risposto: “Be’ allora smetti di farlo”. Storiella forse apocrifa, ma arcinota tra il pubblico che della pseudo filantropia di Bono non ne vuole più sapere.

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http://www.picenooggi.it/2015/02/07/27739/chi-e-davvero-bono-vox-linchiesta-choc-sugli-u2/

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