Conte vuole farsi un partito. Ma ora rischia la poltrona

Immagini del «day after» del Giuseppe Conte in salsa sudamericana, che ha usato uno strumento solenne come il discorso alla Nazione in Tv

Immagini del «day after» del Giuseppe Conte in salsa sudamericana, che ha usato uno strumento solenne come il discorso alla Nazione in Tv, nello stile del dittatore venezuelano Nicolàs Maduro (beniamino del grillismo delle origini), cioè per attaccare, con nome e cognome, gli oppositori.

«C’è da capire – osserva il leghista Stefano Candiani, uomo ombra di Salvini – se Mattarella era d’accordo, il che sarebbe gravissimo; o se, invece, Conte ha fatto tutto da solo, nel qual caso la pagherà duramente. Dividere un Paese in guerra in guelfi e ghibellini, un Paese lasciato senza soldi, che, come dimostra la circolare del ministro del’Interno di oggi, è una polveriera, è davvero da folli. Roba da Sudamerica. E il peggio è che non c’è una regia, il premier va per conto suo, dicendo il contrario di quello che dice il ministro dell’Economia, sul Mes. Secondo me dovrebbe cominciare a fare le valigie, perché al primo angolo lo scaricano».

Immagini del «day after» di un premier che usa la Tv come se fosse cosa sua. «Un episodio gravissimo», si infervora il renziano Michele Anzaldi, che pure è in maggioranza: «Con altri premier sarebbe successo il finimondo. Conte ha usato uno strumento da allarme rosso, per pura propaganda personale, da segretario di partito. Ormai fa un discorso alla nazione al dì, per annunciare provvedimenti poco chiari o che andranno in vigore due giorni dopo. È una barbarie istituzionale. Non sono all’altezza dell’emergenza né lui, né la sua squadra, né la Rai. E nessuno denuncia questa situazione drammatica, perché ci stanno dentro tutti, hanno corrotto tutti. Basta guardare chi partecipa alle trasmissioni Tv».

Immagini del «day after» di un potenziale leader, in cerca di partito, che va avanti da solo, infischiandosene dei suoi partner di governo. «Il discorso di ieri in Tv è stato un madornale errore – osserva Enrico Borghi, rappresentante del Pd nel comitato per i servizi segreti – sul piano istituzionale e politico. È andato all’attacco di Salvini e della Meloni senza coprirsi con il Pd o dialogare con Forza Italia, solo per l’ansia di non scontentare il grillismo più integralista. Dà per scontato che lo dobbiamo appoggiare, sbagliando, perché mettendosi al centro, da solo, provoca una verticalizzazione delle responsabilità sia per l’emergenza sanitaria, sia per quella economica, che ricadranno tutte su di lui. Non può pensare che il solito comitato di consulenti, di professori amici degli amici, sia una cabina di regia? E il Parlamento? L’opposizione? Le guerre si vincono solo con un Paese unito!».

Il vulnus dell’altro ieri del premier a reti unificate è stato davvero grande. In mezz’ora Conte ha gettato alle ortiche tutta la sintassi politica e il galateo istituzionale di settanta anni di democrazia. Con una dose di errori nell’additare le responsabilità passate dei suoi avversari, più adatte per le polemiche sui social che non per un discorso alla nazione.

Insomma, Conte ha scambiato il Paese di Moro per quello di Maduro. Così, in piena emergenza, ha spinto Matteo Salvini a rivolgersi al Colle per protestare e ha costretto il capo dello Stato a tornare in campo per dare con gli auguri di Pasqua un senso di comunanza al Paese in questo momento drammatico (ieri siamo arrivati a quasi 20mila morti). Inoltre il premier ha dato un’ulteriore prova dei propri limiti politici e caratteriali, che vanno al di là delle contraddizioni, che pure ci sono, nell’opposizione. Limiti che anche un assiduo frequentatore del Quirinale, Pierluigi Castagnetti, già esponente del Pd, non manca di segnalare. «Ieri si è avuta l’ennesima riprova – ha twittato – che Conte non è un democristiano». E per essere più efficace ha sfoderato una citazione di Moro proprio sui Dc: «Pure chi non ci dà il voto si fida di noi perché sa che, nel governare, terremo conto anche delle sue ragioni».

In questa logica la sortita, magari studiata per coprire i contrasti che infiammano la maggioranza sull’utilizzo del Mes, si sono trasformati in una gaffe istituzionale, in una defaillance determinata da un nervosismo latente. Introducendo un problema di «tenuta» del premier di fronte allo stress di queste settimane. Anche chi dall’opposizione ha dialogato sempre con Conte, un «responsabile» come Paolo Romani, è perplesso. «In fondo quando ha chiamato i leghisti e la Meloni alle loro responsabilità sul Mes – confida -, non ha detto il falso. Come pure comprendo quell’uscita da maestro elementare che di fronte a tre monelli che continuano a fare chiasso, si sfoga con un mi avete rotto le scatole. Solo che un atteggiamento del genere per un premier è ingiustificabile. Senza contare che nella trattativa con l’Europa si è tagliato i ponti alle spalle, senza sapere se avrà mai i recovery-bond e quando. È sotto stress e rischia di fare la fine di Mariano Rumor che mandò all’aria il suo secondo governo, dopo la strage di piazza Fontana, per una crisi di nervi. La verità è che il caso rintroduce il tema di un gabinetto di salute pubblica, di Draghi».

Appunto, il premier il rischia di aver sbagliato i calcoli. È un po’ il ragionamento che Matteo Renzi ha fatto ai suoi: «Conte con i sondaggi favorevoli ha attaccato Salvini e la Meloni frontalmente. Magari si è montato la testa. Non ha capito che ha un gradimento alto non per la sua abilità, ma perché un Paese che si trova a vivere questo dramma, premia un punto di riferimento che ne rappresenti l’unità. Se il premier, però, si mette a capo di una fazione, perde il tocco magico. Tanto più che attacca Salvini e la Meloni sposandone, però, le tesi sul Mes. Semmai dovrebbe attaccare Gualtieri e Gentiloni».

Già, stretto tra grillini e piddini, Conte è in balia delle contraddizioni della sua maggioranza. Quanto durerà? «Noi – osserva il piddino Emanuele Fiano – abbiamo posto il tema che il premier non può sposare pedissequamente le posizioni grilline. Ma non è ancora chiaro che sbocco avrà questo duello».

Probabilmente non è chiaro perché una classe politica allo sbando ha il vizio di rinviare sempre le scelte. Solo che ormai sulla testa del premier le spade di Damocle si sono moltiplicate: quanto potrà durare un governo che ha solo tre voti di maggioranza al Senato, ha dichiarato guerra all’opposizione e deve far fronte alla peggiore crisi economica dal 1945 ad oggi? E, ancora, cosa dirà Conte dopo la riunione dei capi di governo europei se non avrà gli eurobond o, magari, li avrà dopo 6-9 mesi mentre il Paese è già affamato? Eh sì, il premier, in preda alle contraddizioni della sua maggioranza, sembra essersi costruito fatalmente da solo la trappola di cui sarà vittima: «C’è solo da aspettare il momento giusto – predice uno dei dominus della maggioranza – per farla scattare».

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