Contributo di ANDREA DI LENARDO alla VII Festa SHARDANA del Solstizio

di Andrea Di Lenardo

Segue il testo che sarà letto al convegno del 24 giugno 2017 in Sardegna.

 

È con piacere che scrivo queste poche righe come mio contributo da leggersi alla VII Festa Shardana del Solstizio, che si terrà a Laconi, nei meravigliosi luoghi limitrofi e siti archeologici dell’Isola di Sardegna.

Innanzi tutto desidero ringraziare Leonardo Melis per l’invito a tenere un intervento al convegno che si terrà durante questo evento sui Popoli del Mare, in qualità di studente di Storia presso l’Ateneo universitario veneziano “Ca’ Foscari” e autore di due saggi (Israeliti e Hyksos[1] ed Exodus[2]) su tematiche trattate da Leonardo nei suoi libri, tra i quali ricordo Shardana. I Popoli del Mare (il suo primo saggio) e Shardana. La Bibbia degli Urim, di cui mi ha fatto gradito omaggio recentemente.

Ho dovuto purtroppo declinare tale invito, desideroso però di lasciare alcune note sul percorso seguito nelle mie ricerche sulla Storia biblica più arcaica.

La Torah e più in generale il Tanakh (pressapoco l’Antico Testamento della Bibbia cristiana), almeno per un loro nucleo essenziale, vengono redatti in epoca esilica o post-esilica, cioè dopo la cosiddetta Cattività Babilonese e la sottomissione dei regni di Israele e Giuda al dominio degli Assiri e dei Babilonesi. La Bibbia nasce pertanto da un crogiolo di tradizioni di popoli differenti, amalgamate in un racconto unitario (sebbene con fonti diverse e contraddizioni interne) che servisse come mito nazionale fondante del nuovo Stato di Giuda dopo la fine della Cattività permessa dai sovrani di Persia. Per questo nuovo Paese si costruisce una “preistoria” mitica che attinge, ritengo, da gruppi di tribù semi-nomadiche dedite alla transumanza di lingua semitica occidentale (Aramei) e Amorrei del Triangolo del Khabur (nord della Mesopotamia), ove si trovava la città di Kharran, uno dei due centri in cui si adorava il dio della Luna chiamato Sin in accadico e Nannar in sumerico. L’altro centro era Ur, nel sud della Mesopotamia. La Bibbia collega la famiglia di Abramo a entrambi questi siti. Tali clans si instaurarono gradualmente nel Basso Egitto (settentrionale) dove dominarono come faraoni (gli Hyksos, XV dinastia) per 103 anni, secondo il Papiro regio di Torino. Alcune tradizioni della Torah sembrano derivare dagli Hyksos (XVII-XVI sec. a.C.), come ho ipotizzato nel mio saggio Israeliti e Hyksos. Altri elementi della Torah e del Tanakh in generale potrebbero derivare, sempre tramite tradizione orale, che può tendere a unificare fatti diversi, dal ricordo degli Egizi che adottarono il culto enoteistico (che prevede un dio sopra tutti gli altri, “una via di mezzo” fra politeismo e monoteismo) di Aton, con a capo il faraone Akhenaton (XIV sec. a.C.), come ipotizzo invece in Exodus. Lo storiografo egiziano di epoca tolemaica afferma che Mosè era egizio. Il tema del “Mosè egizio” viene trattato dal prof. Jan Assmann, docente di Egittologia all’Università di Costanza[3]. La Monarchia Unita di Saul, Davide e Salomone è un mito, come spiega il prof. Mario Liverani dell’Università “La Sapienza” di Roma[4]. Quando Giuda rinasce dopo l’Esilio, si presenta come erede di quelle che precedentemente erano state due nazioni diverse, Israele e Giuda. Parlavano una stessa lingua, in dialetti diversi, ma lo stesso si può dire per altri popoli confinanti come Edomiti, Moabiti, Ammoniti, ecc. Potrebbe inoltre esservi stata una tribù di lingua semitica occidentale posteriore rispetto all’epoca degli Hyksos e a quella di Akhenaton da cui potrebbero essere discesi gli Israeliti o i Giudaiti. La genealogia dei dodici figli di Giacobbe-Israele, eponimi delle rispettive tribù (con l’eccezione di Giuseppe, che dà origini a due tribù diverse, di cui sono eponimi i figli Ephraim e Manasse, per un totale di tredici) ha un carattere cosmologico e simbolico, se si pensa alle dodici tribù degli Arabi, figli di Ismaele.

In Mesopotamia in ogni città un culto particolare veniva riservato a una singola deità. Il dio principale di Ur, nel sud della Mesopotamia, era il sumerico Nannar, chiamato Sin in accadico, dio della Luna. A Ur veniva inoltre adorata anche Nin-Gal, sua paredra lunare. Abramo, secondo la Torah, era un abitante di Ur[5]. Dalla tradizione biblica, la famiglia di Terah e Abramo era legata anche a Kharran, nella parte nord-occidentale della Mesopotamia, nell’attuale Siria. Ebbene, le due città di Nannar/Sin erano proprio Ur e Kharran (in seguito il dio degli Ebrei divenne Yah, e Iah, in Egitto, è, ancora una volta, il dio della Luna), fino al tempo del re assiro Nabonedo (555-539 a.C.)[6]. Nel 1904, il grande egittologo sir William Matthew Flinders Petrie (1853-1942), durante un’esplorazione dell’altipiano del Sinai, sul monte Horeb, oggi noto come Serabit el-Khadim, nel luogo dove Mosè avrebbe ricevuto i X Comandamenti, scoprì un tempio della dea lunare egizia Hathor, che doveva trovarsi ivi già al tempo del passaggio degli Israeliti, essendo precedente (2600 ca.). A conferma del collegamento fra il tempio lunare dell’Horeb e gli Israeliti, W.M. Flinders Petrie trovò ivi uno strato di polvere bianca, che, ipotizzò, doveva essere stata prodotta dalle fumigazioni dell’incenso, pratica diffusa presso i popoli semitici. Inoltre sul sito erano presenti altari a pilastro, sconosciuti agli Egizi, ma impiegati dalle popolazioni di Canaan. Diversi sono i possibili significati del nome Yahweh, tra cui uno che porta a un’iscrizione del Tempio di Karnak, in cui sarebbe inciso il nome del dio ebraico. Le prime due lettere del tetragramma sono YH e si presume che la vocale in mezzo sia la “a”, che forma la sillaba “yah”. L’egittologo Wallis Budge traduce il nome «Iah» con «Luna». Così Manfred Lurker su Iah: «Parola egiziana che indica la luna e il dio della luna»[7]. I Mandei, popolazione semitica semi-nomade (come i Proto-Israeliti), oriunda di Kharran, narravano che Bahram (Abramo) fosse un mandeo di Kharran, seguito da «i lebbrosi e i deficienti, e di questi Basran Sira (i deficienti della luna) i discendenti sono impuri e deficienti fino alla settima generazione»[8]. Interessante è anche la ritualistica ebraica di origine lunare, tema riguardo cui W.O.E. Oesterley e Theodore H. Robinson scrivono: «[…] in analogia con gli Arabi, dunque, vi sono tutte le ragioni per ritenere che le feste della luna nuova e i sacrifici offerti in queste occasioni presso gli ebrei risalgano ai tempi del nomadismo […]. È un fatto degno di nota che queste feste non siano menzionate nel Libro dell’Alleanza né nei precetti del Deuteronomio, senza alcun dubbio a causa della loro connessione con il culto della luna; la loro osservanza era però troppo radicata, ed esse continuarono fino ai tempi del Cristianesimo»[9]. Al pari di Yahweh, anche due varianti del nome del dio cananeo della Luna iniziano con “Ya”[10]. C’è chi ha messo in relazione ai culti lunari anche i tephillin, due piccoli “cubi” in cuoio nero che gli Ebrei portano durante talune preghiere, uno posto sulla fronte e l’altro sul braccio sinistro, fissati da due cinghiette. Allah, identificato nel Corano con il dio della Bibbia, era il dio della Luna in epoca pre-islamica[11]. Dal nome “Yah/Iah/Ioh” derivano moltissimi nomi ebraici.

Ma ritengo che nell’Unico Dio biblico siano confluiti anche tratti di un dio solare. La formazione del concetto del dio ebraico è da collocarsi in un contesto. complesso e variegato di dèi e culti, onde per cui limitarsi a una sua. identificazione con la divinità semitica della Luna sarebbe quanto mai semplicistico. L’Unico Dio ebraico potrebbe racchiudere in sé, fra gli altri aspetti, elementi del culto della Luna, come già si è visto, e del Sole, tanto adorato nell’Egitto antico, proprio quell’Egitto di cui Ebrei e Hyksos adottarono i costumi (e i nomi), e quindi forse anche il radicato culto del Sole. Secondo la già esaminata tradizione mandea sul patriarca Abramo, egli iniziò ad adorare Yurba, uno spirito del sole identificabile con l’ebraico Adonai[12]. Dopo essersi convertito al culto solare di Yurba/Adonai, Abramo combatté contro i Mandei, che catturava e circoncideva con la forza. È necessario sottolineare che la circoncisione era un’usanza egizia[13], al pari dell’adorazione del Sole. Ritornando alla tradizione mandea, si narra poi che in seguito alle circoncisioni forzate operate da Abramo, questi decise di pentirsi e il pianeta Saturno gli ordinò di sacrificare suo figlio (Isacco), ma, essendo stato il suo pentimento autentico, gli fu concesso di lasciarlo andare e di sacrificare al suo posto un ariete[14]. In questa tradizione si affermerebbe dunque che Yurba/Adonai, dio del Sole, e il dio che chiede ad Abramo di sacrificare Isacco sono due divinità distinte, indicate entrambe nella Torah come Elohim/il dio ebraico (“dèi”). Adonai in ebraico significa “mio Signore”[15], proprio come “Eli”, onde El significa “Dio”, “Signore”. El inoltre «è soprannominato […] “toro”»[16]. A Tell el-Dab’a, la capitale degli Hyksos, vi era un insediamento minoico e i Minoici adoravano il dio-toro, e il complesso palaziale di Cnosso, a Creta, è pieno di riferimenti al toro, oltre che all’ascia bipenne, simbolo solare. Secondo il mito greco, Minosse era fratello di Sarpedonte, figura in cui alcuni vedono un antico dio trasformato dal mito in eroe cretese. “Sarpedonte” è stato messo in relazione a “Serapide”, cioè Osiride (cfr. Osarseph, nome di Mosè per Manetone) e Api, dio-toro egizio. Il dio fenicio-siriano Adon, da cui l’ebraico Adonai (la parola semitica adon significa “Signore”) incarna la vegetazione bruciata dal sole estivo, e nei culti misterici veniva adorato come dio che muore e risuscita[17]. Questo simbolismo solare sembra scorgersi anche nel personaggio veterotestamentario del giudice Sansone, nome che significa “una rappresentazione del sole”. Sansone nacque a Beth-Šemeš, ossia nella “casa del Sole” (Šemeš significa “Sole” in ebraico), e la sua forza era contenuta nei capelli (cfr. i raggi del Sole?). Sigmund Freud ha visto nell’egizio “Aton” una forma del semitico “Adon”[18]. In Aton si rivela Ra, ed egli porta il soprannome Wanra, cioè “l’Unico (come Adonai?) in Ra”: entrambi i nomi divini caratterizzano l’unico dio[19]. Amenhotep IV tentò di imporre una radicale svolta religiosa. Al variopinto olimpo egizio che poteva contare su una numerosissima serie di divinità con doppioni e sdoppiamenti egli cercò di sostituire il culto del disco del sole, Aton, in onore del quale cambiò il proprio nome in Akhenaton e fondò una città Akhetaton (el-Amarna) in cui pose la sua capitale. Aton non eliminò gli altri dèi, ma li subordinò in una rigorosa gerarchia. Le altre divinità quasi spariscono di fronte alla grandezza del nuovo dio. In suo nome fu composto un inno (che presenta molte analogie con il Salmo 104), di cui pare che si debba riconoscere la paternità allo stesso faraone; in esso con estrema efficacia il dio viene cantato come promotore unico della vita dell’universo. Di questa interessante riforma non rimase nulla. Già il secondo successore, il giovane Tutankhamon poteva vantarsi di avere restaurato la tradizionale ortodossia eliminando l’errore. Se Mosè, come afferma Manetone secondo Flavio Giuseppe, fu un sacerdote eliopolitano, sarebbe stato un sacerdote del culto del Sole di Eliòpoli. Restando sempre nell’ambito della tribù di Levi, a cui apparterrebbe Mosè secondo il Libro dell’Esodo, vi è chi ha ipotizzato che il nome Merari, figlio minore di Levi[20], che divenne il capostipite eponimo dei Merariti[21], uno dei tre rami del clero levitico[22], provenga dall’egiziano mrry/mrri, che significa “amare” o “amato”. Curiosamente, esisteva un certo Mery-ra II, alto sacerdote dell’Aton, vissuto durante il regno di Akhenaton, e la cui tomba vuota scavata nella roccia è situata sui picchi oltre il sito della città del sovrano di el-Amarna nel Medio Egitto. Anche gli Hyksos, nonostante l’importanza quasi primaria ed esclusiva tributata da loro a Baal-Seth, veneravano il dio del Sole Ra e lo assunsero in molti loro nomi.

Da uno o più dèi della Luna e del Sole, così come da altre deità, come si vedrà tra poco, venne la monolatria del successivo giudaismo, del giudeo-cristianesimo poi e del cristianesimo paolino infine.

Nel Tanakh si fa più volte riferimento a diverse divinità, sia maschili che femminili. Fino a Ezechia e, ancor più, fino a Giosia, Giuda non è monoteista, così come nemmeno Israele, a nord. Oltre a ciò uno dei teonimi di Yahweh è “Elohim” che è il plurale di “Eloh”, “Dio”. Tra Israele e Giuda si adoravano le divinità adorate da tutti i gruppi abitanti in Canaan, quali Astarte, El, Baal, Yahweh, Moloch, Adon, ecc. Alcune di queste divennero l’“Unico Dio” (El, Yahweh, Adon), tutte le altre idoli. È inoltre possibile che nell’onomastica biblica vi sia traccia di nomi teofori (contenenti il nome di un dio) riferentisi a divinità egizie, come Miriam (Mery-Amon, diletta del dio Amon), Merari (Mery-Ra, diletto del dio Ra), Hur (il dio Horo), Ruben (ben-Ra, figlio di Ra), i nomi che iniziano o finiscono per Yah/Yeho/Yo/Ye (il dio egizio Iah/Ioh), ecc. Sembra che, per es., sia stato demonizzato Baal che diventa Belial (rotacizzato in Beliar), Belzebub o Belzebul. Tutto ciò per l’ambito ebraico/giudaico. Nell’Europa cristiana avvenne lo stesso con il pantheon greco e romano: si pensi a figure come i centauri o Pluto (il dio Plutone) nell’Inferno del sublime Dante Alighieri. Nei bestiari medievali, allo stesso modo, vengono presentati come oggetto di studio della demonologia diverse figure, anche divine o semidivine) del cosiddetto paganesimo (dal latino pagus, “campagna”, perché proprio nelle zone rurali persistettero per molti secoli usanze del politeismo, dopo l’imposizione del Cristianesimo come religione di stato da parte dell’imperatore Teodosio). La dea romana Diana o la dea greca Moira, per portare un altro esempio conclusivo, vengono associate alle streghe, amanti del demonio, con cui si univano al loro simposio profano, il Sabba.

Desidero aggiungere in conclusione che sto lavorando a un saggio sui Popoli del Mare, per il quale mi sono recato nei mesi di luglio e agosto 2016 a Creta, ove ho iniziato a scriverne una bozza.

Augurandomi che il presente contributo abbia incontrato l’interesse di tutti, ringrazio ancora Leonardo (con cui mi auguro di poter confrontarmi e dibattere di persona quanto prima), gli organizzatori e tutti i presenti.

Andrea Di Lenardo

[1] A. DI LENARDO, Israeliti e Hyksos. Ipotesi sul II Periodo Intermedio d’Egitto e la sua cronologia, Kimerik, Patti (Me) 2016.

[2] A. DE ANGELIS, A. DI LENARDO, Exodus. Dagli Hyksos a Mosè: analisi storica dei due Esodi biblici, Altera Veritas, Tivoli (Rm) 2016.

[3] J. ASSMANN, Mosè l’egizio, Adelphi, Milano 2015 (1997).

[4] M. LIVERANI, Oltre la Bibbia. Storia antica di Israele, Laterza, Roma-Bari 2007.

[5] Gn. XI, 31.

[6] A. POLCARO, L’impero neo-babilonese, in D. NADALI, A. POLCARO, Archeologia della Mesopotamia antica, Carocci, Roma 2016, p. 387.

[7] M. LURKER, Dizionario di angeli, demoni e dèi, Piemme, Alessandria 2004 (1994), alla voce Ioh.

[8] E.S. DROWER, The Mandeans of Iraq and Iran, Oxford University Press, Oxford 1937, p. 266.

[9] W.O.E. OESTERLEY, T.H. ROBINSON, Hebrew Religion: Its Origin and Development, Londra 1952, pp. 128, 129.

[10] M. LURKER, op. cit., alla voce Yarih.

[11] E. SYKES, Everyman’s Dictionary of Non-Classical Mythology; C.S. COON, Southern Arabia, a Problem for the Future; Enciclopedia Britannica, Storia dell’Arabia; K. ARMSTRONG, Maometto: vita del profeta.

[12] E.S. DROWER, op. cit., pp. 265-269.

[13] F. CIMMINO, Vita quotidiana degli Egizi, Rusconi, Milano 1985, p. 232.

[14] S. GÜNDÜZ, The Knowledge of Life, in «Journal of Semitic Studies», Oxford University Press, Oxford 1994, p. 225.

[15] M. LURKER, op. cit., alla voce Adonai.

[16] Ibid., alla voce El.

[17] Ibid., alla voce Adone.

[18] S. FREUD, L’uomo Mosè e la nascita della religione monoteistica, Bollati Boringhieri, Torino 2013.

[19] M. LURKER, op. cit., alla voce Aton.

[20] Es VI, 16.

[21] Nm III, 33-35; XXVI, 57.

[22] Nm III, 17; I Cr V, 27; VI, 1.

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