Coronavirus e riaperture, nel Governo ci sono due linee. A quando la fase 2?

Conte, renziani e industriali vorrebbero accelerare ma Speranza e i medici sono più cauti. I timori per i ponti del 25 aprile e 1 maggio

Se dovesse dar retta agli scienziati, il governo toglierebbe i divieti chissà quando. Ma c’è un’Italia che non ce la fa più a reggere il lockdown. Conte lo sa, ed è disperatamente alla ricerca di un appiglio che gli permetta di autorizzare la ripartenza. Si trova infatti di fronte a un dilemma: entrambe le fazioni hanno solidi argomenti a sostegno delle loro richieste. Per medici e tecnici bisogna procedere con i piedi di piombo, altrimenti il pericolo che il contagio riparta sarà altissimo.

Le aziende però mettono sul piatto della bilancia il rischio del fallimento del paese. E lo fanno per iscritto, con un’agenda firmata dagli industriali delle quattro regioni del Nord che rappresentano il 45% del Pil del Paese: Lombardia, Piemonte, Emilia-Romagna e Veneto: «Bisogna riprendere a produrre il prima possibile, con una tabella di marcia che consenta una riapertura ordinata e in sicurezza». Un grido di allarme ma anche una minaccia: «Se si prolunga lo stop, molte imprese non saranno in grado di pagare gli stipendi il prossimo mese».

Nell’esecutivo ci sono sensibilità affini sia a quelle dei medici che a quelle degli industriali. Il premier se ne rende conto all’ora di pranzo, quando presiede una riunione in videoconferenza con i capi delegazione sulle scelte da prendere per il nuovo Dpcm con le misure di contenimento e limitazione degli spostamenti da rinnovare dopo Pasquetta.

Da un lato il ministro della sanità Speranza (LeU) osserva: «C’è solo un rallentamento non una diminuzione dei contagi. Non si può riaprire ora». Sul fronte opposto si colloca la renziana Bellanova, che preme per ’l’unlocking’: «Se non si riparte dopo Pasqua, la recessione farà più danni del virus». Naturalmente, su un tema come questo, Conte non può ignorare le opposizioni; Forza Italia, per esempio, spinge con Anna Maria Bernini per una road map puntuale: «L’unica unica data finora è quella del pagamento delle tasse tra due mesi».

La propensione del presidente del Consiglio, comprensibilmente preoccupato per lo stato del Paese, sarebbe di andare incontro alle aziende, anche perché molte raggiungono l’obiettivo per altre vie: sono 70mila le imprese sul territorio che hanno inviato la comunicazione ai prefetti per poter produrre. Ragion per cui Cgil, Cisl e Uil tornano a chiedere, con una nuova lettera, di ragionare assieme a Palazzo Chigi sulle riaperture. E d’altra parte Conte non ha alcuna intenzione di mettersi apertamente contro i medici: ecco perché nel decreto che emanerà nelle prossime ore non ci sarà il ’liberi tutti’.

Oramai è chiaro a tutti che ci saranno segnali limitati alle aziende legate alle filiere produttive essenziali. Però l’intenzione è di aprire entro aprile. Se non per le persone – spaventa l’idea di una libera circolazione con due ’ponti alle porte – per l’industria manifatturiera, sulla base della mappa sull’indice di rischio delle varie attività che l’Inail sta predisponendo. Per farlo, però, ci vuole un appiglio solido. Chi lo può dare? Il consolidamento della discesa della curva dei contagi.

https://www.quotidiano.net/politica/coronavirus-fase-2-italia-1.5100671
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