Coronavirus, il modello veneto dove il contagio cresce meno

Nello stesso periodo, mentre in Lombardia i casi sono diventati sette volte tanti, in Veneto sono triplicati. Il virologo Crisanti: “Noi il virus non l’abbiamo aspettato, lo siamo andati a cercare facendo tamponi a tappeto”

C’è davvero un “modello Veneto” a cui tutto il resto d’Italia dovrebbe aggrapparsi? Un modello che, alla prova sul campo, risulta più efficace nel contenimento del coronavirus rispetto a quelli adottati da altre regioni? Sono interrogativi che, dopo la chiusura della zona più produttiva del Paese (tra cui le province di Padova, Venezia e Treviso), circolano tra chi monitora la curva del contagio, ossia l’andamento dei casi positivi rilevati giorno per giorno dalle autorità sanitarie territoriali.

Sebbene i numeri crescano ovunque, e ovunque con un ritmo preoccupante, in Veneto crescono di meno, a un tasso inferiore rispetto alle confinanti Lombardia ed Emilia. Si ha l’impressione, in altre parole, che in Veneto, al momento, riescano a tenere a bada il mostro, che le briglie, cioè, siano ancora in mano agli amministratori. Tant’è che il governatore Zaia si sente di chiedere al governo di stralciare le sue province dalle disposizioni del decreto Conte.

Abbiamo capito, a nostre spese, che con il virus cinese quel che vale oggi domani non vale più, e che addentrarsi nel campo delle previsioni e delle generalizzazioni è sempre un azzardo. Però, guardiamo per un attimo i dati: il 29 febbraio scorso in Lombardia avevamo 552 casi positivi, in Emilia 213, in Veneto 189, in Piemonte 11, nelle Marche 11. Otto giorni dopo abbiamo: 4.189 casi in Lombardia, 1097 in Emilia, 670 in Veneto, 360 in Piemonte, 272 nelle Marche. Messa sul puro piano dell’aritmetica, si nota che in Lombardia i casi si sono moltiplicati di sette volte, in Emilia sono quintuplicati, in Piemonte e nelle Marche addirittura sono cresciuti di 24-32 volte, seppur relativamente perché lì partivano da cifre molto basse. In Veneto – ed eccoci al punto – sono poco più che triplicati.

Il governatore Luca Zaia, quando si parla di questi numeri, è il primo ad essere cauto e a non voler creare paradigmi su una situazione a dir poco fluida. E non sfugge che la Lombardia, oltre ad avere il doppio degli abitanti del Veneto (10,4 milioni contro 4.9 milioni), ha avuto una zona rossa estesa a dieci comuni. Però i tassi di crescita del contagio sono comunque troppo dissimili. Andrea Crisanti, professore di microbiologia e virologia, nonché direttore dell’Unità complessa diagnostica di microbiologia della Asl di Padova, è l’uomo che sta gestendo sul terreno la crisi Coronavirus, e ha una spiegazione che, pur riconoscendolo, supera l’ovvio criterio demografico che vuole il triangolo Lodi-Bergamo-Cremona con una densità abitativa assai superiore del Padova-Treviso-Venezia. “Il punto è che noi il virus non l’abbiamo aspettato, lo siamo andati a cercare facendo tamponi a tappeto”, dice Crisanti. Fino a sabato in Veneto avevano eseguito 14.429 test, praticamente lo stesso numero della Lombardia (15.578). L’Emilia, che è la terza regione per numero di tamponi, era a quota 3.604.

“Per controllare un’epidemia – continua Crisanti – ci sono due misure cardine. La prima: l’isolamento dei positivi. La seconda: l’identificazione attiva dei casi. Noi, quest’ultima misura, l’abbiamo applicata in modo estensivo fin dall’inizio, facendo il tampone a tutte le persone che si sono presentate al Pronto Soccorso, anche quelle con sintomi lievi come un sospetto colpo di tosse o un raffreddore. Per questo in Veneto c’è stata una capacità di identificazione precoce che il resto d’Italia non ha avuto, e che ci ha permesso di disporre subito efficaci misure di contenimento. In Lombardia hanno fatto altre scelte e i casi tendono a non vederli tutti, nel senso che di fronte all’esplosione di diversi focolai, hanno cominciato a dire alla gente di andare in ospedale solo se avevano difficoltà respiratorie forti. Ma se non fai la diagnosi, finisce che limiti la possibilità di attuare misure di sorveglianza attiva”.

C’è da dire, però, che il Veneto ha avuto un solo focolaio, Vo’, bloccato dalle prime ordinanze della Presidenza del consiglio, e dove il contagio è stato contenuto a 66 casi. “E’ vero – riconosce Crisanti – però abbiamo altri cluster di contagio, come l’ospedale di Schiavonia o il reparto di geriatria dell’ospedale Cà Foncello di Treviso, che sono stati circoscritti con misure drastiche. Per evitare che l’epidemia si diffondesse tra il personale sanitario abbiamo fatto test ripetuti su chiunque fosse stato potenzialmente esposto, da chi lavora nel pronto soccorso, ai laboratori e alle malattie infettive. E ci siamo battuti per modificare la circolare ministeriale che imponeva, in caso della presenza di un medico positivo, di lasciare a casa tutte le persone che avevano avuto contatti con esso. Adesso invece, se sono negativi, possono venire a lavorare utilizzando le mascherine e i dispositivi di protezione”.

https://www.repubblica.it/cronaca/2020/03/09/news/coronavirus_il_modello_veneto_dove_il_contagio_cresce_meno-250707654/
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