Cosa succede in Amazzonia e come possiamo aiutare

I roghi in Amazzonia, superiori alle medie degli ultimi anni, sono un segnale preoccupante per il futuro della più grande foresta pluviale del pianeta. Vediamo cosa può fare ognuno di noi per aiutare

L’Amazzonia sta bruciando? Non proprio, anche se gli incendi nel 2019 superano effettivamente le medie degli ultimi anni. Non si tratta quindi della catastrofe annunciata negli scorsi giorni. Ma sicuramente di un segnale preoccupante per chiunque abbia a cuore il destino della foresta amazzonica: con l’elezione di Bolsonaro, un presidente notoriamente disinteressato alla difesa dell’ambiente, sono subito tornati in azione latifondisti e speculatori, che bruciano la foresta per ricavarne terre per i pascoli e l’agricoltura. E a lungo andare, un simile atteggiamento può avere conseguenze terribili per la foresta brasiliana, e per il clima dell’intero pianeta. I grandi della Terra hanno annunciato negli scorsi giorni l’istituzione di un fondo comune per aiutare la gestione degli incendi in Amazzonia, che il presidente brasiliano sembra però recalcitrante ad accettare. In attesa di sapere come finirà la vicenda, vediamo se e cosa può fare ognuno di noi per aiutare a proteggere l’Amazzonia.

Bolsonaro e la deforestazione

La deforestazione è un vecchio nemico dell’Amazzonia. Nella stragrande maggioranza dei casi la causa sono i roghi appiccati dagli esseri umani, sia legalmente (in aree già adibite all’agricoltura), che illegalmente, per disboscare i terreni e renderli adatti all’agricoltura o all’allevamento, aumentandone così il valore. Tra normative opache e l’oggettiva difficoltà legata al controllo di un’area di foresta ampia come l’Europa occidentale, nel corso dello scorso secolo enormi porzioni di giungla sono state distrutte dal fuoco e poi reclamate dall’uomo. Fino a raggiungere il record negativo nel 2004, con ben 28.500 chilometri quadrati di foresta distrutti nel corso di un anno. Un disastro ecologico che all’epoca ha attirato l’attenzione del mondo, e che fortunatamente ha contribuito a cambiare le cose. Negli anni successivi il governo brasiliano è intervenuto con successo per limitare la deforestazione, e nel 2012 l’area di foresta persa aveva raggiunto appena i 4.400 chilometri quadrati. In questi casi però non si può riposare sugli allori. Ed invece è proprio quanto avvenuto: le leggi brasiliane anti-deforestazione sono tornare ad allentarsi, e negli ultimi anni la foresta è tornata a retrocedere. Nel 2016, la percentuale di foresta distrutta dall’uomo ha subito una brusca impennata, il 29% in più. Sintomo di un rinnovato interesse industriale per le terre sottratte alla foresta.

Non a caso, a gennaio di quest’anno Jair Bolsonaro ha vinto le elezioni brasiliane, con un programma che potremmo definire sovranista, e un’ossessione per la lotta all’ambientalismo. Tra le sue promesse elettorali più controverse (e fortunatamente accantonate), c’era ad esempio quella di ritirare il paese dall’accordo di Parigi, sulla falsa riga di quanto deciso da Trump per gli Stati Uniti. E se in questo caso le pressioni dei partner internazionali sono state sufficienti a farlo desistere, nessuno ha potuto impedirgli di tagliare del 95% i fondi destinati all’agenzia per la protezione ambientale brasiliana (conosciuta con l’acronimo Ibama), e quelli destinate a diverse Ong impegnate nella difesa della foresta amazzonica. Con il risultato di una riduzione pari a oltre 17 milioni di dollari per i programmi dedicati al contrasto degli incendi in Amazzonia. Segnali preoccupanti, che rendono particolarmente significativo l’aumento dei roghi registrato negli scorsi mesi. E nonostante l’intervento unanime delle grandi potenze, i tentativi di fare pressione su Bolsonaro per spingerlo a cambiare approccio alla questione amazzonica per ora sembrano del tutto inutili. Il che ci lascia con una domanda aperta: cosa si può fare per aiutare concretamente l’Amazzonia?

Come aiutare la foresta

La strada per uscire dalla crisi amazzonica ha un nome: sviluppo sostenibile. E in questo senso, l’iniziativa non può che stare in mano al popolo brasiliano, e ai grandi leader mondiali che devono promuovere e sostenere i progetti futuri che potrebbero rendere la foresta una risorsa non solo in termini ambientali, ma anche economici. È questa ad esempio l’opinione del filosofo e politico brasiliano Roberto Mangabeira Unger: come tutte le nazioni in via di sviluppo, la priorità del Brasile non può che essere quella di migliorare la qualità di vita dei suoi abitanti, e in particolare delle oltre 30milioni di persone che abitano nel bacino dell’Amazzonia. Se questo si riuscirà a fare senza distruggere la foresta, avremo vinto tutti. Altrimenti, la più grande foresta pluviale del pianeta è probabilmente destinata a sparire. E sarebbe ipocrita pensarla altrimenti: noi europei godiamo di un benessere ottenuto in larga parte distruggendo le nostre foreste e il nostro ambiente, e inquinando l’aria che respiriamo tutti. Brasiliani inclusi.

Detto questo, è possibile aiutare concretamente l’Amazzonia da casa nostra? Qualcosa in effetti si può fare. Innanzi tutto, effettuando una donazione a una delle molte Ong attive sul territorio. La lista è lunga, ma possiamo citare alcune delle più note, e affidabili. Come Amazon Watch, che in questi giorni invita a sostenere la causa firmando una petizione in favore dei movimenti di protesta brasiliani. O le più note WWF e Greenpeace. Il Rainforest Action Network, che destina le donazioni alle comunità di frontiera dell’Amazzonia. Il Rainforest Trust, che utilizza i fondi per acquistare i territori della foresta pluviale, e che ha già comprato oltre 9 milioni di ettari di foresta, levandoli dalle mani degli speculatori. Per chi non volesse mettere mano al portafoglio, il motore di ricerca Ecosia promette di piantare un albero (anche nella regione Brasiliana) per ogni 45 ricerche effettuate dagli utenti.

Mangiare meno carne

Passando a scelte che richiedono un impegno più diretto, possiamo senz’altro aiutare la foresta Amazzonica, e non solo quella, modificando le nostre abitudini alimentari. Come ricorda un documento della Fao, il principale motore della deforestazione è l’allevamento di bestiame, e la conseguente coltivazione di vegetali per la produzione di mangimi. Questo è vero per tutte le foreste del mondo, e ancor di più nel caso dell’Amazzonia, visto che il Brasile è il principale esportatore di carne bovina del pianeta: fornisce da solo il 20% di tutte le esportazioni del globo, e lo scorso anno ha raggiunto la cifra record 1,64 milioni di tonnellate di carne bovinadestinata all’esportazione. Attualmente, la carne brasiliana è destinata principalmente ai paesi asiatici, con il 44% dell’export assorbito dal mercatocinese e quello di Honk Kong. In Europa oggi arriva solamente il 7% delle esportazioni brasiliane, ma in futuro le cose potrebbero cambiare visto che di recente l’Ue ha concluso un accordo con il Mercosul (il mercato comune dell’America Meridionale, di cui il Brasile è membro), che faciliterà l’arrivo di carni brasiliane sulle nostre tavole.

Consumando meno carne possiamo quindi aiutare a diminuire la domanda, e rendere meno redditizio l’utilizzo di terreni strappati alle foreste (e in particolare a quella amazzonica) per l’allevamento. E scegliendo unicamente prodotti certificati da associazione come la Rainforest Alliance possiamo assicurarci che quando decidiamo di consumare carne (o altri prodotti importati dal Brasile), questi provengano unicamente da allevatori che rispettano i più alti standard ambientali, che allevano i propri animali con il minimo impatto sulla biodiversità dell’area e in zone che non sono state sottratte alla foresta.

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