Cradle Of Filth: “Hammer Of The Witches”

 

“Hammer Of The Witches” è il classico disco dei Cradle Of Filth, perennemente impostato a velocità medio-alte, con quell’alternanza tra chitarra e orchestrazioni sinfoniche cui viene dato moltissimo risalto. E poi c’è la cara vecchia voce stridula di Dani Filth. Ma non solo. Passi falsi ne hanno fatti parecchi, eppure la band è sempre riuscita a risollevarsi in un modo o nell’altro. Sebbene sia passato un po’ in sordina, il precedente “The Manticore And Other Horrors”era stato un buon punto per ricominciare, nonostante il riscontro altalenante. “Hammer Of The Witches” riprende proprio da dove quest’ultimo aveva lasciato. Un album di symphonic tirato all’estremo, con un interessante, quanto fugace, intervento elettronico – da approfondire nei prossimi dischi – in “Right Wing Of The Garden Tryptich”, ben congegnato e magnificamente eseguito in un’ora scarsa di tripudio gotico – nel senso settecentesco del termine – dove regna l’orrore e i concetti letterari di grotesque e terror si mescolano in un letale mix che farebbe molto felice Ann Radcliff.

Introdotto da una breve intro, “Hammer Of The Witches” è un lavoro abbastanza assimilabile a “Midian” e “Nymphetamine”. Le similitudini sono molte tanto che, al centro esatto del disco, c’è “Blackest Magick In Practice” che per molti versi ricorda un ibrido di “Her Ghost In The Fog” e “Swansong For A Raven”, con una sezione ritmica assimilabile a “The Death Of Love” e l’intervento della nuova voce femminile, Lindsay Schoolcraft. Ci sono echi dei passati album, ma ci sono numerose e interessanti novità, come un utilizzo più dinamico delle orchestrazioni, ormai non più relegate a fare da background ma elemento estremamente attivo e caratterizzante di ogni brano. C’è un fine lavoro di cesello nelle strutture dei brani, non più relegati nella canonica struttura “strofa + ritornello + strofa + ritornello + bridge/assolo + ritornello” così da realizzare una maggiore varietà delle composizioni e diminuire quell’effetto “noia” dopo due o tre tracce. Per non parlare di un Dani Filth in forma come non lo si sentiva da anni.

Esalta con “Yours Immortally”, mostrando un ricco banchetto a cui poi invita a prendere parte, mentre con “Deflowering The Maidenhead, Displeasuring The Goddess”, splendido esempio di come le orchestrazioni siano state rivalutate e messe in primo piano, si intraprende la discesa verso un buio sotterraneo. Là si vaga, seguendo quella voce sconosciuta che, passo dopo passo, sa conquistare la fiducia dell’ascoltatore. Ma è il nucleo centrale del disco che mette in atto un’opera di seduzione in pompa magna. Da “Blackest Magick In Practice” a“Right Wing Of The Garden Triptych” si è avvolti da un’impalpabile coltre di oscurità, così nera da poterla sentire a contatto con la pelle ma al tempo stesso effimera e sfuggente. Un sensuale abbraccio dal sapore proibito, quasi un piacere fisico, carnale. Lasciarsi sedurre è facile, non c’è niente di meglio.

Le ultime battute della strumentale “Blooding the Hounds Of Hell” sono il perfetto finale per un un’opera che attanaglia, la scorciatoia per tornare sulla terra dopo una tale esperienza extracorporea. Sa restituire alla realtà, il problema è che non toglie la voglia di ricominciare. “Hammer Of The Witches” è un circolo vizioso, difficile da posare, come un buon libro o un inebriante bicchiere di vino capace di rimuovere i freni inibitori, senza il dopo-sbronza il giorno dopo.

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http://www.spaziorock.it/recensione.php?&id=cradle-of-filth-hammer-of-the-witches-2015

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