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Dal Mar Rosso all’Indonesia: i turisti diventano il bersaglio

DiPasquale Stavola

Gen 14, 2016

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Per gli occidentali ogni viaggio si è trasformato in un rischio. Non esiste più un posto al riparo dalla barbarie dei terroristi

Sangue su quei vestiti colorati e un po’ stupidi che solo i turisti sanno portare. Smartphone abbandonati sull’ultimo scatto al monumento famoso.

Patetici cadaveri in braghette. E racconti che si assomigliano tutti, tutte le volte che l’orrore del terrorismo fa irruzione in quella fase sospesa della normalità che si chiama vacanza: «Abbiamo sentito dei colpi – raccontò un sopravvissuto italiano della strage al Museo del Bardo – sembravano dei fuochi d’artificio. Poi i vetri sono andati in frantumi e allora abbiamo capito che ci stavano sparando addosso». Ed è come se in qualche modo a tragedia si aggiungesse tragedia, perché la morte coglie nel tempo della letizia e dello svago.Ieri a Istanbul, come prima a Tunisi, come a Sharm. O a Mumbai, o a Sousse. Sotto i kalashnikov della guerra santa cade il popolo globale dei vacanzieri, ed è una svolta che cambia in profondità il modo di essere di quella fetta sempre più ampia di umanità che ama viaggiare. C’era una volta la minoranza esigua degli amanti del rischio, della vacanza avventura, e dall’altra la schiera dei pigri, dei comodi che affollavano pasciuti e sereni gli hotel trestelle e i torpedoni di un mondo sempre più a portata di mano, convinti che il rischio peggiore in agguato fosse il ritardo di un volo charter. Immagini di un’altra epoca. Oggi ogni vacanza è una vacanza a rischio, una scommessa inconscia con la sorte. Non esiste più un angolo sicuro di mondo, e i luoghi delle vacanze sono i più insicuri di tutti, esposti per loro stessa natura all’andirivieni di facce incontrollabili, cresciuti nel business all’insegna di quella stessa facilità di accesso che oggi li rende vulnerabili.In fondo era l’uovo di Colombo, per gli strateghi del terrore: perché in un colpo solo si colpisce l’Occidente e si devasta l’economia dei regimi locali, accusati di non accondiscendere abbastanza alle ragioni della shari’a. Con cautela, almeno agli esordi, per non perdere l’appoggio delle popolazioni locali: e infatti i primi a infrangere il tabù furono nel remoto 2002 gli islamici sbandati di Jeemah Islamiyah, una banda fuori controllo che in Indonesia stava a cavallo tra l’orbita di Al Qaeda e il ribellismo locale, che nel paradiso d Bali andarono all’attacco dei locali affollati di occidentali: due bombaroli suicidi inviati dal predicatore Abu Bakar Bashir, il primo con uno zaino, il secondo su una jeep, che si fanno saltar ein aria. Alla fine i morti sono 202, e con loro muore l’utopia di una zona franca, la speranza di un pezzo di mondo dove la crudezza delle tensioni resti attutita.Da allora, una sequenza costante di morte. Due anni dopo tocca all’Hilton di Taba, sul Sinai; un altro anno e il jihad approda in MarRosso, nello sterminato villaggiovacanze che sorregge le finanze del governo del rais HosniMubarak. Quando sbarcano a Malpensa, gli italiani sopravvissuti hanno ancora gli occhi gonfi di orrore: «Ho visto cadaveri scagliati a duecento metri di distanza dall’ esplosione, sangue dappertutto, resti umani».

http://www.ilgiornale.it/news/politica/mar-rosso-allindonesia-i-turisti-diventano-bersaglio-1212872.html

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