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Il Vaticano e la rivolta dei Cristeros in Messico negli anni di Pio XI

DiPasquale Stavola

Feb 13, 2016

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Una riflessione storica fino alle soglie della “geopolitica della misericordia” di Papa Francesco

L’annuncio della futura canonizzazione del beato José Luis Sanchez del Rio, alla vigilia dell’inizio del viaggio apostolico di papa Francesco in Messico, ha contribuito a ravvivare l’interesse per una drammatica pagina di storia del cattolicesimo novecentesco, ovvero la guerra cristera che dal 1926 al 1929 vide decine di migliaia di cattolici messicani prendere le armi contro il governo massonico e anticlericale di Plutarco Elías Calles. Novant’anni fa, quando nella terra degli Aztechi la Chiesa non godeva ancora di personalità giuridica (riconosciutale solo nel 1992) e a Roma il papa poteva dichiararsi ancora “prigioniero in Vaticano”, anche il Messico rivoluzionario, mutatis mutandis, si impose all’attenzione dell’orbe cattolico, occupando per anni le cronache internazionali della stampa cattolica (e non solo) in decine di Paesi.

 

Tutto questo lo si doveva proprio alla guerra cristera, come ha ricordato lo storico Gianni La Bella: «È solo con la crociata controrivoluzionaria dei Cristeros, la grave persecuzione dei cattolici e con gli avvenimenti legati alla violenza della questione religiosa in Messico, tra il 1926 e il 1929, che il cattolicesimo sudamericano esce dal suo secolare isolamento e assume un ruolo da protagonista nello scenario del cattolicesimo universale». A giudizio di alcuni tuttavia, come ha sottolineato il filosofo uruguayano Alberto Methól Ferré, la guerra cristera, «protesta disperata di una Chiesa ridotta dalla persecuzione alla morte civile» segnava piuttosto la fine di una «fase del conflitto tra restaurazione e secolarizzazione» e il conseguente approdo del cattolicesimo latinoamericano «ad un punto morto, ad una quieta situazione di conformismo».

D’altra parte, è sorprendente constatare come la Cristiada – scomparsa dalla storia ufficiale per decenni e custodita fino agli anni Sessanta solo dalla memoria dei suoi protagonisti – abbia rappresentato negli anni del Concilio Vaticano II e soprattutto in quelli del post-concilio un punto di riferimento ideale per intere generazioni di cattolici, sia in America Latina sia in Europa, quando non addirittura un vero e proprio paradigma di una Chiesa in lotta per difendersi dagli attacchi di una modernità intimamente anticristiana.

 

Anche oggi, complice il successo del bel film di Dean Wright Cristiada (2011), la vicenda dei cristeros continua a far parlare di sé (non senza forzature) e ad animare in diverse realtà e associazioni cattoliche propositi di resistenza – sul piano culturale e politico – contro le derive nichilistiche e tecno-scientifiche del laicismo contemporaneo. Quello che però ancora sembra mancare, nel revival cristero che coinvolge determinate sensibilità del cattolicesimo odierno, è un’adeguata riflessione sul modo con cui la Santa Sede all’epoca della Cristiada ha guardato al conflitto religioso in atto, e sulle scelte concrete che ne sono seguite. Approfondire questo aspetto – oggetto d’indagine per gli storici che dal 2006 lavorano sulle carte vaticane di Pio XI (1922-1939) – può offrire importanti spunti per meglio comprendere direttive e priorità del magistero pontificio e della diplomazia della Santa Sede negli anni di Achille Ratti, ma allo stesso tempo può aiutare a leggere in modo meno schematico alcune scelte dell’attuale pontificato. Alla luce del magistero e del modus operandi di papa Francesco, infatti, alcune intuizioni di Pio XI maturate nel contesto messicano rivelano un’attualità per molti versi sorprendente.

Valorizzare la fede del popolo. Un primo dato che merita di essere sottolineato è l’attenzione che papa Ratti dimostra nei confronti dei sentimenti dei cattolici messicani durante il conflitto religioso così come negli anni seguenti. È la fede dei semplici quella che sembra stare maggiormente a cuore del pontefice di Desio, al punto che si può dire, senza paura di esagerare, che questa sia una delle “bussole” che ne orientano l’agire in un contesto incandescente, destinato a lasciare ferite difficilmente rimarginabili nel tessuto ecclesiale. Per questo ad esempio Pio XI, nel luglio del 1926, approva la decisione dei vescovi messicani di sospendere il culto pubblico in tutto il Paese per protestare contro la legge di riforma del codice penale voluta dal presidente Calles. La formula scelta dal papa in quell’occasione lascia difficilmente spazio ad equivoci: «La Santa Sede condanna la legge ed insieme ogni atto che possa significare od essere interpretato dal popolo fedele come accettazione o riconoscimento della legge stessa. A tale norma tutto l’Episcopato messicano deve confermare la sua azione in modo da ottenere la maggiore possibile uniformità e dare esempio di concordia». Si tratta di una decisione gravida di conseguenze – il papa non può prevederlo, ma è proprio la sospensione del culto a dare avvio ai primi focolai di ribellione armata nelle campagne – e che oltretutto si basa su un equivoco di fondo: Pio XI è infatti convinto, in base alle informazioni ricevute, che il proposito di sospendere il culto sia condiviso dalla più gran parte dei vescovi messicani. In realtà la decisione (come testimoniano oggi le carte degli archivi romani) viene presa da una minoranza di vescovi intransigenti spalleggiata da un gruppo particolarmente agguerrito di gesuiti vicino alla Liga Nacional Defensora de la Libertad Religiosa (LNDLR). Essi riescono nell’intento di imporre la loro visione a un episcopato di orientamento per lo più moderato ma incapace di esprimere una posizione coerente.

Comunque sia, da quel momento fino alla conclusione del conflitto armato, Pio XI continua a insistere sulla necessità di «non scandalizzare i fedeli», come si vede in più occasioni. Ad esempio nel novembre del 1927, quando il vescovo di Tabasco Pascual Díaz y Barreto (figura chiave della Chiesa messicana di quegli anni) sostiene che la ripresa del culto e il ritorno dei vescovi espulsi dal Paese nelle loro diocesi vadano anteposti al proposito – pur legittimo – di ottenere dal governo la riforma della Costituzione anticlericale. Anche in questo caso la risposta di Achille Ratti è netta: «Non bisogna fare nulla che possa recare scandalo e meraviglia al clero e popolo messicano. Sappiamo che il popolo resterebbe scandalizzato se non si cambiano le leggi cioè la costituzione; e se anche si riuscisse a confondere le idee del popolo, sarebbe sconsigliato e sconsigliabile fare alcunché senza cambiare le leggi». Un anno più tardi, quando i negoziati per arrivare a un accordo tra l’episcopato e il governo sono in atto da tempo, da un appunto di mons. Borgongini Duca si apprende che «il S. Padre desidera che si tratti sulla base di una modificazione delle leggi in modo che si abbia una garanzia per l’avvenire e così venga data soddisfazione al popolo e all’episcopato».

Anche dopo il modus vivendi raggiunto nel giugno del 1929, quando la persecuzione anticlericale riprende con rinnovato vigore in quasi tutti gli Stati della Federazione messicana a partire dal 1931, Pio XI si fa interprete dei sentimenti dei cattolici messicani che si sentono traditi dal governo. Non mancano, nelle prese di posizione pubbliche di papa Ratti, riferimenti impliciti (ma chiarissimi) ai miliziani cristeros, vittime di crudeli rappresaglie anche a distanza di anni dalla conclusione del conflitto armato. Nell’enciclica Acerba animi (29 settembre 1932) il papa parla della «ferma e generosa resistenza degli oppressi», deplorando il fatto che «nonostante le esplicite promesse, furono abbandonati alle più crudeli vendette degli avversari sacerdoti e laici che con fermezza avevano difeso la fede». Nell’enciclica Firmissimam constantiam (28 marzo 1937) arriva ad affermare che se da una parte «la Chiesa è fautrice di ordine e di pace, anche a costo di gravi sacrifici, e condanna ogni ingiusta insurrezione e violenza contro i poteri costituiti», dall’altra parte «qualora questi poteri insorgessero contro la giustizia e la verità al punto di distruggere le fondamenta stesse dell’autorità, non si vedrebbe come dover condannare quei cittadini che si unissero per difendere con mezzi leciti ed idonei se stessi e la Nazione, contro chi si vale del potere per trarne a rovina la cosa pubblica». Parole che, nonostante nel 1937 abbiano molto a più a che vedere con la Spagna della guerra civile che con il Messico ormai avviato verso una pacificazione religiosa de facto, mostrano come il papa non sia per principio contrario all’uso della forza contro un potere politico dispotico. Il problema è, piuttosto, valutare se e quando ciò sia possibile e opportuno nel caso concreto.

http://www.lastampa.it/2016/02/12/vaticaninsider/ita/documenti/il-vaticano-e-la-rivolta-dei-cristeros-in-messico-negli-anni-di-pio-xi-2FUqFwykgfbA0o6ChA416I/pagina.html

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