In Emilia i malati di Covid-19 inviati nelle case degli anziani

Le Rsa in aiuto degli ospedali. Il racconto di una struttura: “Mandati qui 5 o 6 pazienti con sintomi”

La casa di riposo Madonna della Bomba Scalabrini, a Piacenza, la conoscono tutti. È un’istituzione. E allo stesso modo tutti sanno che con l’arrivo dell’epidemia molto è cambiato. La struttura è risultata essere uno dei luoghi più colpiti dal coronavirus, probabilmente anche per colpa della vicinanza con Codogno, il paese in provincia di Lodi epicentro del primo focolaio. Nella struttura privata, accreditata e convenzionata, che a pieno regime accoglie circa 100 ospiti (“tutti grandi anziani, sopra i 90 anni di età”, spiegano dall’istituto), dall’inizio dell’epidemia hanno perso la vita dalle 25 alle 30 persone. E a contarle, con la voce quasi rotta dal pianto, è il presidente della fondazione, don Andrea Campisi.

Troppi morti e pochi tamponi

Se si paragonano i decessi di quest’anno con quelli dello stesso periodo dell’anno scorso, nel 2020 si registra un numero sicuramente “diverso”, come confermano dalla struttura. Non tutti sono “certificati” Covid-19, visto che l’Usl ha effettuato soltanto una decina di tamponi sugli ospiti, trovandone positivi otto. Ma gli altri, con l’esclusione -forse- di tre persone, sono deceduti con sintomi febbrili riconducibili al nuovo virus. Ormai è tardi per una diagnosi, ma il sospetto è che anche qui l’infezione sia arrivata come un’onda, portandosi via più persone di quelle che rientreranno nei freddi numeri delle statistiche. “Venti morti, anche senza avere la certezza assoluta del coronavirus, sono tanti – sospira il direttore, Paolo Cavallo – Il numero che ha toccato noi e i nostri operatori è completamente diverso da quello che può accadere normalmente in una struttura, dove ci può essere un mese con più morti, ma in maniera assolutamente naturale e più compatibile con la vita”. Non così.

Come in altre rsa di tutta Italia, anche alla Madonna della Bomba Scalabrini nessuno si aspettava di dover pagare un prezzo così alto. Non le vittime, non gli operatori, né le famiglie degli anziani, che non hanno nemmeno potuto piangere da vicino i loro cari. “Abbiamo superato la fase d’emergenza iniziale e in questo momento possiamo dire di non avere casi gravi. Le persone che hanno avuto sintomi da Covid-19 sono stabili. Sono tutti isolati e la situazione è migliorata. Ma è vero -ammette Cavallo- che abbiamo avuto dei giorni con un numero di decessi importanti”.

Il ruolo della Regione

La struttura è stata interdetta al pubblico nei giorni successivi alla diffusione dell’epidemia. “Noi abbiamo avviato limitazioni, chiedendo una registrazione all’ingresso e facendo entrare, all’inizio, soltanto una persona per ospite. Ma quando è uscita la nota regionale, la casa è stata chiusa al pubblico“. Le disposizioni dalla Regione sono arrivate sì tempestivamente, dicono dall’istituto, ma quando ormai il coronavirus iniziava già a fare i suoi morti. “La nostra è stata una delle prime strutture a essere colpite ed è stata anche una delle prime che ha chiuso dopo che c’erano delle febbri”, racconta la direzione. “Ma a quel punto non c’era più nulla di preventivo”. Se l’istituto è riuscito, in qualche modo, a contenere il già alto numero di contagi lo deve a una decisione presa in autonomia, com’è accaduto in altre realtà: “Noi abbiamo avuto certamente uno sguardo di attenzione, anche prima che si parlasse di isolamento, perché avevamo Codogno vicino”.

La domanda a questo punto è: come si sono infettati gli anziani ospiti? Le ipotesi non mancano: vettori del contagio potrebbero essere stati quei pazienti che prima dell’ingresso in struttura sono passati per l’ospedale, dove potrebbero aver incontrato il virus. Oppure i familiari. O ancora chi è transitato solo dal centro diurno per poi fare rientro a casa. “Noi proviamo a ragionarci, pur sapendo che non c’è una risposta”, sospira Cavallo. I sospetti più forti riguardano però il ruolo degli operatori. “Noi abbiamo circa 80 persone che lavorano qui dentro”, spiega il direttore. Persone che entrano ed escono, incontrano familiari, circolano. Nessuno di loro, tuttavia, è mai stato sottoposto a tampone, a eccezione di chi è finito in malattia, al pronto soccorso chi presentava stati febbrili persistenti. Ma se la domanda è se sia stato fatto un esame sui “sani” o sugli asintomatici, magari per impedire che portassero dall’esterno il virus tra i letti degli anziani, la risposta è no. Certo, oggi chi si assenta dal lavoro per malattia deve sottoporsi a un test che accerti la negatività al virus. Ma all’inizio della crisi, in piena emergenza, questa misura preventiva non è stata presa. Don Campisi, che parla dell’istituto come di una famiglia che ha perso i suoi nonni, ci tiene però a precisare che “i tamponi non vengono decisi da noi”, ma a chiederli è “l’istituto di igiene”. Come a dire che le responsabilità ci sono e vanno cercate, probabilmente a livelli più alti.

I pazienti mandati dagli ospedali

C’è poi da considerare un altro fattore. Ieri la Guardia di Finanza si è presentata alle porte della Regione Lombardia per acquisire i documenti sulla gestione delle rsa, tra cui l’ormai famosa direttiva con cui il Pirellone chiedeva alle strutture per anziani se fossero disponibili ad accogliere pazienti Covid dimessi dagli ospedali. Bene, la giustizia farà il suo corso. Tuttavia la stessa strategia, a quanto pare, è stata adottata anche altrove. Alla Madonna della Bomba, per dire, sono stati inviati pazienti per terminare la quarantena o nella parte finale della convalescenza. “Ci hanno mandato degli ospiti, non con patologie importanti, ma con sintomatologia covid – spiegano dalla direzione – Nelle ultime settimane abbiamo dato questo supporto e accolto cinque o sei ospiti, persone che una volta terminata la quarantena rientreranno a casa”. Certo, non sono più malati gravi, sono tutti al termine della malattia e sono gestiti in maniera che gli anziani siano in sicurezza. Ed è un bene. Ma è proprio ciò che l’assessore Giulio Gallera sostiene sia successo in Lombardia, dove i trasferimenti sono stati fatti “in minima parte nelle Rsa che avevano condizioni specifiche con padiglioni o aree separate e indipendenti, con personale dedicato”. Cos’ha di diverso il caso emiliano?

“Il lavoro di anni spazzato via”

“In una struttura come la nostra, l’impatto delle morti tra i nostri anziani è stato molto forte, non solo dal punto di vista sanitario, ma soprattutto delle relazioni tra di noi: in una casa come questa si stabiliscono dei rapporti tra ospiti e personale, che sono quasi familiari”, spiega commosso con Campisi, che durante la conversazione interviene di rado, quasi a dosare le parole. Parla con pacatezza, utilizzando un tono desolato ma fermo. “Il nostro dolore va al di là dell’impatto sanitario. I nostri dipendenti hanno sofferto molto per la perdita di persone che sono qui da anni, per le quali abbiamo combattuto giorno per giorno perché stessero il meglio possibile e potessero avere intorno un clima di affetto e buone cure sanitarie. In pochi giorni tutto il lavoro è sembrato essere spazzato via”. Il sacerdote soffre anche il peso del giudizio di chi vede le case di cura come “delle industrie che hanno cercato di fare soldi con gli anziani”. “Non è così -dice-non è il modo in cui noi abbiamo sempre lavorato. Per noi questa è un’esperienza di lutto”. Perché la missione della Madonna della Bomba è sempre stata quella di accudire i suoi anziani. Ma questa volta le “armi” non sono state sufficienti.

https://m.ilgiornale.it/news/cronache/madonna-bomba-1854304.html
(Visited 8 times, 1 visits today)