Isis, Egitto valuta se chiedere a Israele un intervento. L’esercito egiziano da solo non tiene, ma rischia danno d’immagine

Militants mount attacks on troops in Egypt's Sinai

 

Abdel Fattah al-Sisi sta valutando se ha la forza politica per chiedere a Israele di intervenire nel nord del Sinai per un contrasto all’Isis che il suo esercito non riesce a reggere. Fonti israeliane autorevoli confermano all’Huffington Post che è assolutamente attendibile la notizia pubblicata da Haaretz giorni fa. Ovviamente, l’enorme ostacolo per questo eventuale passo del Cairo è di immagine, perché l’invito a Tsahal – le forze di difesa israeliane – a penetrare sul suolo egiziano per stroncare l’Isis suonerebbe come clamorosa conferma di una realtà peraltro sotto gli occhi di tutti: le Forze Armate egiziane non sono assolutamente in grado di farlo. Non solo: il fatto che il più grande paese arabo chieda aiuto militare a Israele verrebbe visto, non solo dai fondamentalisti, ma anche dai “moderati” musulmani come una bestemmia, un insulto, una umiliazione che colpirebbe tutta la Umma.

I fatti che possono portare a questa scelta sono tuttavia crudi e inequivocabili. I 500-700 militari e poliziotti egiziani uccisi negli ultimi 20 mesi nel Sinai settentrionale, significano una sola cosa: il 13* esercito del mondo non è in grado di difendere neanche se stesso nel triangolo di pochi migliaia di chilometri quadrati che ha per vertici Refah, al Arish e Sheikh Zuwaid.

Due le ragioni politiche di questo insuccesso egiziano, una la ragione militare. La debolezza egiziana è innanzitutto legata alla incapacità di impedire che la Gaza di Hamas funzioni come formidabile “santuario” per gli jihadisti del Sinai. Testimonianze autorevoli attestano che molte decine tra gli attaccanti del primo luglio erano palestinesi (tutto indica che fossero del Jihad Islamico) ed è decisivo il fatto che abbiano usato lanciarazzi identici a quelli usati a Gaza contro gli elicotteri israeliani per impedire agli elicotteri Apache egiziani di snidare i loro nuclei di combattenti attestati nel centro delle tre località. Questo significa che i tunnel di Gaza, nonostante i liquami, nonostante la distruzione di un migliaio di case al confine, nonostante tutto, continuano a funzionare. La nostra conoscenza diretta del contesto ci porta a ipotizzare un’unica risposta a questo apparente mistero: la corruzione, piaga endemica tra le forze di polizia e tra gli ufficiali egiziani. Ma la seconda ragione politica della debolezza egiziana – e della forza dell’Isis – porta direttamente alle responsabilità personali di Abdel Fattah al Sisi. Espressione piena della arroganza e della inefficienza della casta militare egiziana, il presidente non solo non ha fatto nulla per recuperare al suo governo le dieci principali tribù beduine del Sinai (Aleigat, Awlad, Awarma, Ayayda, Gebeleya, Haweitat, Laeilwat, Muszeina, Quararcha, Sawarka, Tarabin e Tyiana), ma ha addirittura aumentato la tradizionale politica di emarginazione, discriminazione e repressione nei loro confronti che ha caratterizzato tutti i regimi che si sono succeduti al poté al Cairo. Si pensi solo che centinaia di abitazioni a ridosso del confine di Gaza a Refah, sono state sbriciolate dalle ruspe per costruire una fascia di sicurezza che impedisse lo sbocco dei tunnel palestinesi e che i proprietari non sono stati minimamente indennizzati! È quindi evidente che i jihadisti hanno potuto raggiungere i ben 22 obiettivi che si sono prefissi il primo luglio, prendendo completamente di sorpresa le difese egiziane, proprio perché “nuotano come pesci nell’acqua” tra le tribù che popolano il nord Sinai.

Ma non basta. Tra le armi moderne e micidiali che hanno ucciso non 17 (come indicano le fonti egiziane), ma tra i 50 e i 90 militari egiziani, molte erano provenienti dagli arsenali di Gheddafi. Questo significa che i convogli jihadisti hanno potuto attraversare trasversalmente tutto l’Egitto, per terra o per mare, del tutto indisturbati, nonostante l’enorme ingombro delle loro “merci”. La ragione militare delle sconfitte egiziane è racchiusa nella tattica tipica dell’Isis, che attesta i suoi miliziani in località e siti assolutamente secondari o addirittura inutili agli occhi degli strateghi nemici formatisi nelle Accademie, per poi farli convergere con grande rapidità sul l’obbiettivo principale. Tattica non già appresa dagli ufficiali di Saddam, come si dice, ma elaborata durante la guerra urbana in cui è sfociata la rivoluzione siriana fallita. Tattica da partigiani urbani, non dissimile peraltro da quella usata dai partigiani sovietici durante l’occupazione nazista. Il dato ancora più preoccupante, però, é che questa fragilità strutturale dell’esercito egiziano a fronte dell’Isis, è stata preceduta, nell’arco di poche ore, dalla verifica della folle inconsistenza anche delle Forze di Sicurezza tunisine, che hanno permesso a Seiffedin Rezgui di maciullare i turisti di Sousse, indisturbato, per ben 38 minuti, nonostante fosse collegato con il network dell’Isis che già aveva portato a segno la strage del museo del Bardo.

http://www.huffingtonpost.it/2015/07/03/isis-egitto-valuta-richiesta-intervento-israele_n_7721800.html

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