La risposta dell’intoccabile

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La ricchezza, ogni ricchezza umana, tutta la nostra ricchezza, è prima di tutto dono. Veniamo al mondo nudi, e iniziamo il nostro cammino sulla terra grazie alla gratuità di due mani che ci raccolgono quando ci affacciamo sul mondo. Riceviamo in dono l’eredità di millenni di civiltà, di genialità, di bellezza, che ci vengono donati senza alcun merito nostro. Nasciamo dentro istituzioni che c’erano prima che arrivassimo, che ci accudiscono, proteggono, amano. Il nostro merito è sempre sussidiario al dono, ed è molto più piccolo. E noi invece continuiamo a creare ingiustizie crescenti in nome della meritocrazia, e a vivere come se la ricchezza e i consumi potessero cancellare la nudità dalla quale veniamo e che ci attende sempre fedele nei crocicchi di tutte le strade della vita.

Satana (“l’oppositore”) perde la sua prima sfida, perché nonostante il suo vento impetuoso che spazzò via tutti i beni di Giobbe, questi non maledisse Dio: «In tutta questa vicenda Giobbe non peccò né mai lanciò attacchi contro Dio» (1,22). Ma il Satana non è ancora convinto della gratuità della fede di Giobbe, e così chiede a Dio il permesso di provarlo nell’ultimo bene rimasto: il corpo. E così, in una nuova assise della corte celeste, prende la parola e chiede ancora: «Pelle per pelle: per salvarsi la vita l’uomo è disposto a tutto. Perciò prova un po’ a stendere la tua mano e a colpirlo nelle ossa e nella carne: scommetto che ti scaglierà in faccia maledizioni» (2,4-5). Dio gli risponde ancora: «Ecco, lo metto nelle tue mani». Satana allora «colpì Giobbe con un morbo maligno che lo avvolse dalla pianta dei piedi fino alla testa. Giobbe prese un coccio per grattarsi e sedette in mezzo all’immondizia» (2,7-8).

La sventura di Giobbe giunge fino al limite del possibile. Gli rimane sola la nuda vita. Ma, come Giobbe, solo quando siamo dentro il tracollo totale scopriamo risorse sconosciute che ci fanno capaci di sopportare sofferenze che prima di viverle pensavamo fossero insopportabili. Una fortezza che ci potrà sorprendere anche quando ci scopriremo capaci di morire, quando per tutta la vita avevamo pensato di non esserne capaci.

Con il secondo capitolo del libro di Giobbe l’orizzonte dell’umano buono amico di Dio continua ad allargarsi, e nessuna condizione umana resta simbolicamente fuori. Giobbe sul mucchio di letame, in mezzo alla spazzatura del villaggio, tocca il punto più basso della condizione umana, le periferie esistenziali più distanti, gli scarti, tutti i “vinti”, tutte le scorie della storia. Le discariche si trovavano fuori dalle mura, perché la malattia della pelle di Giobbe (forse qualcosa di simile alla lebbra) lo marchia come impuro, e quindi deve essere cacciato via, con gli “scomunicati”. Nessuna malattia più di quelle infettive della pelle erano per l’uomo medio-orientale segno della maledizione che Dio riserva solo ai peccatori. Nelle religioni “economiche” del tempo (e, oggi, anche in quella delle nostre grandi imprese e banche) la sventura e l’impurità vengono considerate come gli effetti di una vita da peccatore. È questa equivalenza che Giobbe non vuole accettare – per lui, e per noi. Giobbe da ricco e potente si ritrova sventurato, impuro, e quindi intoccabile, fuori da tutte le caste sociali. È questa ancora oggi la triste sorte di imprenditori, dirigenti, lavoratori, politici, sacerdoti, che caduti in rovina si ritrovano non solo impoveriti, ma seduti su un cumulo di macerie che include anche famiglia, amici, salute. E subito finiscono anche tra gli impuri fuori dal villaggio, allontanati e emarginati da club, associazioni, circoli, confinati in discariche sociali e relazionali, scansati da tutti e non toccati per il terrore di restare anch’essi contagiati dalla loro rovina.

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