La Siberia è in fiamme e nessuno fa niente. Proprio come in «Chernobyl»

Il fenomeno degli incendi nell’Artico è oggi fuori controllo, anche perché la situazione è stata a lungo ignorata. Vi ricorda qualcosa?

Quest’anno moltissimi di noi si sono appassionati alla serie televisiva HBO Chernobyl. Guardandola, sia chi in quel terribile 1986 c’era, sia chi no, ne siamo rimasti scioccati, allibiti: com’è che di fronte a una tragedia simile – il più grave disastro nucleare della storia dell’atomo, e dell’uomo – nessuno facesse niente? Nessuno lanciasse un allarme, chiedesse aiuto? Nessuno intervenisse?

Abbiamo visto passare sul piccolo schermo i secondi, i minuti, le ore. Con una lentezza estrema, estenuante.

Contato i giorni, infiniti. Mentre dentro la centrale nucleare e in URSS nessuno sapeva cosa fare (e nel dubbio quasi nulla faceva, nulla chiedeva, nulla diceva), là fuori la gente continuava a vivere, e a respirare. E noi attoniti, ancorché da «semplici spettatori», ci siamo continuati a domandare: ma com’è (stato) possibile?

Ecco, adesso lo sappiamo com’è che fu, come è stato possibile. Com’è che si resta inermi di fronte a un disastro che incombe. Siberia, estate 2019. I mesi di giugno e luglio più caldi della storia (tra quelli mai registrati) contribuiscono a mandare in fumo, letteralmente, milioni di ettari di boschi in uno dei Paesi più verdi del mondo, la Russia. Quattro milioni di ettari,  solo finora. Una superficie grande quanto la Lombardia e il Piemonte messe insieme, molto più del Belgio (che ne misura 3).

È vero: non è la prima volta che si sviluppano incendi in queste zone nel periodo che va da maggio a ottobre, ma il fenomeno adesso è fuori controllo. I ricercatori hanno definito «senza precedenti» gli eventi di quest’anno, e a essere colpite sono anche la Groenlandia, il Canada e l’Alaska.

Eppure. Eppure la situazione è stata a lungo ignorata, e in parte continua a esserlo. Come denuncia quotidianamente dalla sua pagina Facebook lo scrittore Nicolai Lillin, divenuto famoso anche da noi, con il libro Educazione Siberiana (sic!).

È vero che nei giorni scorsi il presidente russo Vladimir Putin ha inviato l’esercito a sostegno dei vigili del fuoco e dei forestali. Ma lo ha fatto solo dopo che nel Paese (e sui social) cominciava a montare la protesta per il mancato intervento. E solo dopo che il fumo nero proveniente dalle foreste bruciate ha cominciato a lambire anche il cielo di Mosca (dopo avere completamente offuscato quello delle città siberiane di Kemerovo e Krasnoyarsk). Fino ad allora, ed era già passato più di un mese, le amministrazioni locali sono rimaste a guardare, anche perché un regolamento interno impedisce che si possa intervenire finché i roghi non minacciano i centri abitati. Ossia: se i costi delle operazioni di estinzione superano i possibili danni causati dai roghi è opportuno stare fermi. Mentre intanto la situazione peggiora.

«Questi incendi avrebbero dovuto essere spenti immediatamente e invece sono stati ignorati. Ora la situazione è catastrofica» ha dichiarato Martina Borghi di Greenpeace Italia. Mentre dall’altra parte il governatore di Krasnoyarsk, Aleksandr Uss, diceva: «Gli incendi sono fenomeni naturali, combatterli è senza senso: a nessuno viene in mente di affondare un iceberg per rendere più tiepida la temperatura in inverno»

Peccato, però, che l’aumento delle temperature e i roghi si alimentino a vicenda. Le fiamme diffondono nell’aria gas inquinanti e altri composti organici – oltre 100 milioni di tonnellate di anidride carbonica dall’inizio di giugno, l’equivalente delle emissioni annue di Svezia o Belgio – che provocano danni per la nostra salute (disturbi agli occhi, crisi respiratorie e cardiache, asma, problemi allo sviluppo dei feti in caso di gravidanza, ischemia ed enfisemi etc…), e innescano condizioni favorevoli per lo sviluppo di nuovi incendi, il che produrrà ulteriori emissioni, creando così un circolo vizioso, come spiega bene questo articolo del The Economist ripreso da Internazionale

A causa del cambiamento climatico, l’Artide si sta riscaldando a una velocità doppia rispetto al resto del pianeta. Nelle regioni andate a fuoco, le temperature sono state di 8 e 10 gradi più calde rispetto alle medie registrate tra il 1981 e il 2010. E (anche) questo ha fatto sì che il terreno si inaridisse e le stoppe andassero a fuoco scatenando gli incendi, con il «contributo» dei fulmini.

E no, non pensate che questo non avrà ripercussioni (anche) «da noi»: i dati rilevati dal satellite Suomi NPP della NASA mostrano come i fumi degli incendi dall’Artico siano arrivati fino alle regioni sud-occidentali degli Stati Uniti, tant’è che pure il presidente degli Stati Uniti Donald Trump avrebbe telefonato a Putin per offrire aiuto nel contrastare i roghi. Il vento forte spinge le nubi a moltissimi chilometri di distanza dall’origine, ed è solo l’inizio, purtroppo. Perché come ci ha già insegnato Chernobyl«Nessun angolo della Terra è al sicuro, se non lo sono anche tutti gli altri». 

https://www.vanityfair.it/news/cronache/2019/08/06/incendi-siberia-russia-fiamme-distrutti
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