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L’APPROCCIO OLISTICO DELLA MEDICINA ANDINA

DiPaul Polidori

Feb 1, 2016

“Tra i monti delle Ande, tra terra e cielo, migliaia di anni fa si sviluppò una medicina dal carattere forte, figlia della cosmovisione di un popolo, che superando le vicissitudini della storia, riuscì a conservarla fino ai giorni nostri. Una medicina, quella della civilizzazione andina, che per il suo approccio alla malattia può rientrare a pieno diritto nel prezioso patrimonio umano delle medicine olistiche mondiali.

Ogni tradizione antica aveva la sua medicina olistica: gli Huna delle Hawaii, gli sciamani siberiani, gli Inca delle Ande, gli aborigeni australiani, le culture indiane, tibetane e cinesi, le antiche culture egizia, greca, romana e celtica. Esse rispettavano l’anima come centro della complessa unità psicofisica umana e come perno essenziale dell’intero sistema di guarigione. Parole del Dott. Nitamo Federico Montecucco che mi sono tornate alla memoria proprio in questi giorni, mentre sto iniziando a saperne di più sulla medicina andina e dopo aver scoperto le proprietà di diverse piante medicinali locali, grazie all’insegnamento diretto di una yuyera, una sorta di eroborista-curandera della zona. Le parole del Dott. Montecucco, una persona straordinaria che studiò maggiormente le medicine e tecniche olistiche orientali, vivendo sette anni in India al fianco di Osho e creando poi in Italia l’Accademia Olistica e il Villaggio Globale di Bagni di Lucca, sono riportate nel suo bellissimo libro “Psicosomatica olistica, la salute psicofisica come via di crescita personale”. Nel libro, il Dott. Montecucco specifica che pur esistendo diverse tecniche di medicina olistica, antiche e moderne, tutte hanno un punto in comune, che è quello di considerare l’essere umano in modo sacro, come un’unità di coscienza in cui esistono differenti piani o corpi, con un loro equilibrio psicoenergetico che, quando perde coerenza, genera malattia e dolore. E partendo da queste riflessioni chiave, espresse da un medico con un alto rispetto sia per il metodo scientifico moderno che per le risorse autentiche della saggezza antica, ho deciso di consultare qualche pubblicazione di carattere scientifico a proposito della medicina andina.

Per comprendere la medicina ancestrale andina e di conseguenza alcune delle ragioni del suo attuale utilizzo, è necessario conoscere la relazione che questa medicina ha con la cosmovisione andina stessa, scrive la ricercatrice indipendente Katelyn Scott, in una sua interessante pubblicazione ricca di varie citazioni scientifiche, intitolata “La medicina tradicional y la medicina moderna en Cusco”, svolta in collaborazione con il SIT Study Aboard e l’Università Tecnologica delle Ande. La Scott spiega che nella visione andina, il corpo di un essere umano è composto da due parti, il corpo e l’anima, e se una qualsiasi di queste due parti si ammala, significa che si è verificata una rottura nell’equilibrio cosmico. Secondo il Dott. Gerard Bodeker dell’Università di Oxford, citato dalla Scott nel suo studio, una caratteristica essenziale dei sistemi di salute ancestrali è che sono basati su cosmologie che tengono in considerazione diverse dimensioni, come quella fisica, mentale, spirituale ed ecologica. E anche la cosmologia andina rispetta in generale questo schema, considerando l’essere umano come parte di un tutto pluri-dimensionale. Nella società andina, tutti gli individui di una comunità hanno una connessione con la natura. Le persone vivono secondo un sistema di reciprocità che si chiama Ayni, ogni azione di un individuo causa un effetto sulla comunità, sulla natura, sulla terra. La Pachamama, la Madre della Terra viene rispettata come qualcosa di sacro, ricorda la Scott. Ogni cosa è considerata intimamente collegata all’altra ed è viva, possiede un’anima, il mondo intero è una totalità viva, la separazione dal tutto non è comprensibile perchè ogni parte riflette il tutto. E anche l’uomo è sacro, in quanto è l’Intipchurin, il figlio del Sole, che nasce dalla terra e serve da intermediario tra il mondo terreno e il mondo degli dei, scrive in un’altra bella pubblicazione letta, lo psicologo Gian Franco Vacchelli Sicheri. “La cultura andina avanza al ritmo dei cicli cosmici e tellurici e quindi il tempo non è quello lineare e irreversibile dell’occidente, ma è ciclico. II presente si ricrea continuamente e non esiste una distinzione netta tra passato e futuro, perchè il presente li contiene entrambi. Passato, presente e futuro concorrono al momento attuale, all’adesso, che per questo è un sempre, un sempre rinnovato,  sottolinea il Dott. Vacchelli Sicheri.

L’universo, il mondo e l’essere umano formano un’unità armonica e in equilibrio. L’equilibrio si stabilisce tra contrari complementari come ad esempio caldo-freddo, maschile-femminile, giorno-notte, sole-luna. La conoscenza e la vita sociale sono caratterizzate da qualità come sensibilità e affetto verso la natura e gli altri esseri umani, scrive in una pubblicazione sulla cosmovisione andina Alejandro Vela Quico, medico, antropologo e professore della facoltà di medicina dell’Università peruviana di San Augustin de Arequipa. La natura ha tre dimensioni, tre livelli di esistenza: l’Hananpacha, ossia il mondo di sopra, degli dei e degli spiriti, il Kaypacha, e cioè il mondo di qui, nel quale vivono gli esseri umani e l’Ukupacha, il mondo sotterraneo abitato dai morti e dagli esseri maligni. Il tempo è ciclico e per favorire la condizione di salute è importante il rispetto dei principali imperativi morali dell’esistenza, che nella cultura andina sono: ama kella (sii laborioso), ama sua (non rubare), ama lulla (non mentire).

All’interno di questa cosmovisione quindi, la salute può definirsi come uno stato olistico di benessere fisico, mentale, sociale, morale, spirituale e di equilibrio cosmico. Per cui, affinchè una persona goda di buona salute, tutti questi elementi dimensionali devono stare in equilibrio, specifica la Scott nello studio citato prima. Se anche uno solo di questi elementi viene alterato, la persona si ammala perchè si genera un disequilibrio e, viste le connessioni tra i diversi livelli dimensionali dell’essere umano, una malattia non si può trattare in forma frammentata e la sua cura deve includere sia la causa che gli effetti, afferma la Scott. Nella cultura andina, salute e benessere si basano su uno stato di equilibrio tra caldo e freddo. Il cambio repentino di temperatura genera malattia e malessere, scrive il Dott. Vela Quico, il quale aggiunge che per gli andini, altro elemento importante all’origine delle malattie sono alcuni tipi di venti.

Un concetto fondamentale incontrato in molti sistemi è l’equilibrio tra la mente e il corpo, tra le dimensioni differenti delle funzioni del corpo dell’individuo, tra l’individuo, la comunità e la natura, e tra l’individuo e l’universo, scrivono il Dott. Marco Cosentino e la Dott.ssa Anna Loraschi dell’Università dell’Insubria, citati dalla Scott nel suo studio. La rottura di questa interrelazione della vita è una fonte di malattia che può degenerare a situazioni di epidemia, per cui i trattamenti devono essere effettuati non solo per curare il sintomo della malattia, ma anche per restaurare lo stato di equilibrio dell’individuo e della sua natura interiore ed esteriore, specificano i due ricercatori italiani. Per restaurare questo equilibrio, aggiunge la Scott, nella medicina ancestrale andina si utilizzano piante medicinali e prodotti animali. E dato che, secondo la cosmovisione andina, le persone hanno una relazione speciale con la terra, l’uso delle piante medicinali e dei prodotti animali aiuta a restaurare l’equilibrio perso, proprio perchè questi elementi provengono dalla terra.

Nella cultura andina, le malattie possono essere di origine organica (con i classici sintomi riconosciuti anche dalla medicina moderna), altre sono specifiche della cultura e cosmovisione andina e altre possono essere di origine magica, a seguito ad esempio dell’ingresso nell’individuo di spiriti maligni o quando la persona è vittima di un rituale negativo, spiega il Dott. Vela Quico. Le malattie di origine magica non sono riconosciute dalla medicina moderna che però, insieme all’intervento della Psicologia, le considera come situazioni di origine psicosomatica, aggiunge il professore dell’Università peruviana. “Per spiegare una malattia, i curanderi andini vanno alla ricerca della mancanza del sacro, di quel fatto che ruppe l’equilibrio universale, e lo fanno attraverso la lettura delle foglie di coca, dei grani di mais, delle condizioni meteo, del canto di un uccello o di altri segni della natura o dell’ammalato. Dal risultato di questa lettura seguirà il trattamento, che avrà l’obiettivo di restaurare l’equilibrio con la natura umana, con la natura olistica, con gli dei e con gli spiriti. Le tecniche di cura dei curanderi sono coerenti con la diagnosi e si basano sull’utilizzo di piante medicinali, che saranno scelte anche a seconda della qualità del freddo, del sesso o del luogo di raccolta, in quanto la pianta non è vista solo come medicamento naturale, ma possiede una connotazione sacra, magica, vitale. Le cure possono essere effettuate anche attraverso minerali, organi di animali e altre risorse naturali individuate dal curandero. Tra i rituali invece più comuni per procedere a una cura viene spesso effettuato il rituale del “Pago a la tierra”, ossia una cerimonia di offerta alla terra, alla Pachamama, che coinvolge anche la famiglia dell’ammalato, conclude nella sua pubblicazione il Dott. Vela Quico.

Per citare un po’ di dati, nello studio della Scott si apprende che alla data di realizzazione della ricerca (ottobre 2011), il 92% dei peruviani intervistati della città di Cusco continuava ad affidarsi alla medicina ancestrale e ai poteri delle sue piante curative. Di questo 92%, circa il 70% usava sia la medicina ancestrale che quella moderna (quella ancestrale per disturbi come mal di stomaco, tosse, infezioni e infiammazioni e quella moderna per malattie più gravi) e circa un 30% usava esclusivamente la medicina ancestrale per qualsiasi tipo di malattia. Solo l’8% del campione totale analizzato utilizzava soltanto farmaci moderni. Un ultimo dato interessante dello studio della Scott è che tra coloro che utilizzavano la medicina ancestrale, è naturalmente radicata la certezza che per curare i sintomi ad esempio del malocchio, dell’invidia e della perdita dell’anima (susto), è necessario fare esclusivo ricorso alla medicina ancestrale e a specifici rituali. Dato quest’ultimo che concorda con alcune storie che la yuyera incontrata qui a Humahuaca mi ha raccontato e che condividerò in un prossimo articolo.

Stefano Lioni

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http://sullaviadeglisciamani.it/index.php/2016/01/17/lapproccio-olistico-della-medicina-andina/

 

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