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L’Isis non seduce più, proliferano i disertori

DiPasquale Stavola

Set 24, 2015

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Il rapporto del King’s College di Londra. Dal gennaio 2014 almeno 58 combattenti hanno abbandonato le fila del Califfato per tornare a casa. Ma i disertori sono micce inesplose

I riflettori si accendono e si spengono sullo Stato Islamico a seconda delle priorità della ribalta globale, ma questo non significa che la coalizione internazionale impegnata da mesi nei bombardamenti delle roccaforti del Califfo al Baghdadi in Siria e in Iraq sia riuscita a contenere una delle maggiori minacce ideologiche (prima ancora che militari) contemporanee. Anzi.

 

Analisti e esperti d’intelligence di diversi paesi concordano sul fatto che a tutt’oggi gli unici a incalzare veramente l’Isis siano i combattenti curdi, impegnati sul terreno in una guerra tanto simile a quelle di trincea del secolo scorso. Se però la sfida del Califfato all’occidente non è mutata d’intensità (soprattutto sul piano della pressione psicologica che ci ha imposto il passo della paura, sui treni come nelle città alla mercé di attentatori solitari) qualcosa sta cambiando al suo interno, in quel mix di devozione religiosa e rivendicazione individuale-sociale che lo rendeva apparentemente invincibile. Questo almeno suggerisce l’ultimo rapporto sui disertori dell’Isis dell’Internazional Center for the Study or Radicalization and Political Violence, il «laboratorio» del King’s College di Londra che negli ultimi due anni si è imposto come il microscopio della realtà Isis.

Le diserzioni aumentano, dicono gli studiosi del King’s College. I dati, per quanto si parli ancora di numeri bassi, indicano un trend inequivocabile. Dal gennaio 2014 almeno 58 combattenti hanno abbandonato le fila del Califfato per tornare a casa. Di loro 51 sono uomini e 7 sono donne, vengono da 17 paesi differenti ma oltre un terzo ha origini siriane. L’aspetto interessante è che ben 17 «fughe» sono avvenute l’estate scorsa, tra giugno e agosto 2015 (incremento notevole rispetto ai precedenti più sporadici casi).

MEDIALAB – Chi finanzia la jihad globale (di Ugo Leo e Giordano Stabile)

 

Cosa sta accadendo al carro armato ideologico che da almeno un anno e mezzo sfida l’occidente (se l’Isis conta su un esercito che varia dalle 20 mila fino alle 200 mila unità, circa 20 mila sono “foreign fighters” ) ma anche e soprattutto le autorità religiose islamiche ufficiali? Le ragioni sono diverse, dice l’ICSR. I più sono delusi dal fatto che l’interesse dell’Isis non sia combattere il regime di Assad ma altri gruppi sunniti e soprattutto sciiti (cioè comunque altri musulmani). Alcuni denunciano la corruzione che, contrariamente allo sbandierato rigore morale, albergherebbe tra le alte gerarchie dell’Isis. Una parte, specie tra gli occidentali, ammette che il sogno di una «vita da protagonista» non coincide con le privazioni e le asperità di una routine che assomiglia tanto al Medioevo (a cui onestamente la sharia propagandata dall’Isis tende).

Ragioni diverse, a quanto si vede, ma con un aspetto comune. Chi è partito (e parte ancora) ha , che piacciano o meno, delle ambizioni ideologico-emotive-religiose-personali. Lo Stato Islamico rappresenta prima ancora che lo Stato (che di fatto è amministrando e gestendo il territorio che controlla) una utopia alternativa alla realtà di vita dei volontari. E’ un aspetto che indirettamente confermano in primis i genitori dei ragazzi e delle ragazze che nei mesi scorsi hanno lasciato l’Europa per arruolarsi in Siria.

 

Il padre di uno di loro, un giovane convertito partito e morto con le armi in mano alcuni mesi fa, continua a non condannare la scelta del figlio. Ce lo ripete con il tono un po’ automatico e ossessivo con cui di solito parlano i genitori che «innaturalmente» sopravvivono ai propri ragazzi: «Non era un violento, anzi. Cercava una strada. Avrei preferito che si drogasse o che si perdesse chissà come? No perché io, che lo piango ogni giorno, in realtà non lo ho perso, lo ho ritrovato. Voleva combattere l’ingiustizia di un regime, quello di Assad, che da 4 anni e mezzo massacra la sua gente. E’ partito come cento anni fa partivano i ragazzi per affiancare la brigata internazionale in guerra contro i fascisti di Franco in Spagna. Mi telefonava e mi diceva su Skype “papà sto andando all’assalto di quegli assassini, se non torno sappi che l’ho fatto per difendere i deboli”». Non pensa, suo padre, che la scelta di M. sostenga l’instaurazione di uno Stato (quello Islamico) che è a sua volta fascismo allo stato puro. Ma forse non tocca a lui. Il punto è che oggi molti ex compagni di M. denunciano i massacri che nel nome della guerra contro Assad il Califfato sta compiendo con ferocia senza eguali.

http://www.lastampa.it/2015/09/24/esteri/lisis-non-seduce-pi-proliferano-i-disertori-5pqNnS9j3jAvqgexSxWxLL/pagina.html

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