Siamo davvero in fase calante? Cosa ci dicono i dati sul virus

Il virus tiene in scacco l’Italia. Ecco lo studio sui rapporti incrementali dei contagi nel breve e nel brevissimo periodo

C’è una domanda che molti si stanno ponendo: a che punto siamo nella nostra battaglia contro il coronavirus? Governo, Protezione Civile e Istituto Superiore di Sanità sembrano mostrare cauto ottimismo, basandosi ovviamente sui dati che ogni giorno vengono diffusi in conferenza stampa. Il rischio, però, è di trovarsi di fronte ad un numero poco indicativo. E che potrebbe farci cadere in errore.

I motivi sono molteplici. Innanzitutto i tamponi sono stati fatti secondo criteri che sono cambiati di giorno in giorno. Poi le Regioni hanno proceduto singolarmente, realizzando i test in maniera differente. E infine c’è un intero mondo di asintomatici che non è stato rilevato, ma che incide sulla diffusione del virus. Per questo la società Perfexia, in collaborazione con la Fondazione Ebris, ha deciso di non focalizzare l’attenzione sul numero quotidiano assoluto di infezioni, come fa la maggior parte dei media, ma di studiare i rapporti incrementali delle curve dei positivi in un dato periodo di tempo. “La curva dei contagi ha un certo andamento, un inclinamento – spiega Alberto Giorgi, direttore tecnico di Perfexia – E noi punto per punto, giorno per giorno, andiamo a monitorare quanto crescono l’ascissa e l’ordinata. Se il dato è molto alto, vuol dire che il focolaio è attivo. Quando invece questo comincia a diminuire o diventa negativo, vuol dire che l’infezione si sta spegnendo”.

Per capire se una Regione si è avviata o meno verso la fine dell’emergenza, gli analisti si sono quindi concentrati sui rapporti incrementali nel breve (sette giorni) e nel brevissimo periodo (48 ore). Misurato sugli ultimi due giorni, il rapporto dà una indicazione sui cambiamenti repentini dell’andamento delle infezioni, che se confermato anche nel breve periodo (7 giorni) può dare un’indicazione su un peggioramento o un miglioramento della situazione. “A rapporto incrementale più alto – spiega Giorgi– corrisponde un incremento dell’attività di un focolaio del virus. Un rapporto incrementale molto basso o addirittura negativo nel brevissimo (48 ore), se confermato anche nel breve (7 giorni) può indicare l’avvio di una fase calante dell’infezione in una regione o provincia italiana”.

Vediamo allora come sta andando, tenendo però a mente una breve precisazione: “Per sua natura – spiega Danilo Lucangeli, Ceo di Perfexia – questo calcolo può subire variazioni piuttosto marcate soprattutto per regioni dove i numeri sono esigui”. Dunque in questi casi l’analisi potrebbe apparire poco precisa. Ci si può però concentrare su regioni particolarmente colpite, come Emilia Romagna, Piemonte, Lombardia e Veneto (qui) oppure sulle singole provincie (qui). Di tutti territori, cambiando la data sulla colonna di destra, è possibile anche verificare l’andamento del rapporto incrementale nel tempo, partendo dall’esplosione dell’epidemia italiana a febbraio fino ad oggi. In questo momento a spiccare in questa particolare classifica c’è il Piemonte, che mostra un rapporto incrementale più elevato delle altre regioni sia nel breve che nel brevissimo periodo. Sintomo che l’attività di questo focolaio sembra più lontano di altri dallo spegnersi. “Anche la Liguria sta salendo – dice Giorgi – forse proprio a causa della vicinanza con il Piemonte”. A seguire ci sono Toscana, Abruzzo ed Emilia Romagna. Interessante il dato sulla Lombardia: fino al 21 marzo era in cima a questa particolare classifica, poi ha iniziato a scendere fino al 10 aprile, quando sembra essere ricominciato un incremento. Forse spinto dall’aumento dei contagi a Milano. La città che più di altre ora è sotto la lente delle autorità in vista del ritorno alla tanto attesa normalità.

https://m.ilgiornale.it/news/cronache/siamo-davvero-fase-calante-cosa-ci-dicono-i-dati-sul-virus-1854182.html
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