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Siria, perché Trump ha cambiato idea e attaccato Assad

DiPaul Polidori

Apr 7, 2017

L’attacco con 59 missili Tomhawk contro la base aerea di Shayrat, nella provincia siriana di Homs, dalla quale (vedi cartina) gli americani ritengono sia partiti gli aerei che hanno sganciato le bombe con gas nervino sul villaggio di Khan Shaykoun, è al tempo stesso un cambio di posizione di 180 gradi del Presidente Trump sulla Siria – finora era rigidamente non interventista e aveva diffidato Obama da fare quello che lui ha fatto oggi – e un duplice messaggio internazionale e interno.

Con lo “strike” dei Tomakawk decollati dalle cacciatorpediniere USS Ross e USS Porter che incrociavano nel Mediterraneo orientale, Trump ha usato una modalità a basso rischio (no aerei coinvolti, no rischi che fossero abbattuto dalle batterie siriane, magari con l’intelligence dei radar russi o l’uso dei micidiali S300 e S400 rischierati in Siria dallo scorso novembre dopo l’attacco turco al caccia russo) per segnalare ad Assad che attacchi che coinvolgano gas non saranno tollerati e soprattuto per avvertire Kinm Jong un che la politica di provocazione ed escalation nucleare nella penisola coreana non sarà tollerata. Non a caso, l’attacco avviene durante l’incontro tra Trump e il presidente cinese Xi Jinping, dal quale si attende un aiuto decisivo per isolare e premere sul regime nordcoeano.

IL MESSAGGIO INTERNO – Al tempo stesso l’attacco è un messaggio interno all’America, dopo gli attacchi di questi mesi e dopo che la sua posizione nel Russiagate si è progressivamente deteriorata e la sua popolarità si è ridotta a livelli mai visti prima per un presidente neoeletto. Con il ricorso all’opzione militare – un classico in tempi di crisi politica interna, sotto tutte le latitudini – Trump ha voluto ricompattare il suo partito, e possibilmente cercare di recuperare l’opinione pubblica americana, almeno quella che lo ha votato.

QUELLO CHE NON E’ – Quello che questo attacco non è, è l’avvio di una terza guerra mondiale perché Trump ha avvertito anticipatamente sia i Russi che Nato (quindi la Turchia) e Israele e non ha intenzione di compiere altre azioni, a meno che Assad non lo costringa con nuovi attacchi con gas. Non a caso, il target è strettamente militare, su una installazione nella quale non c’erano militari russi, e strettamente connesso con l’azione che ha portato alla strage di Khan Shaykoun: niente attacchi su larga scala per colpire tutta l’aviazione siriana, tantomeno niente attacchi contro il palazzo presidenziale di Assad per incentivare un cambio di regime. Solo una azione “dimostrativa” che Trump si augura caldamente resti fine a se stessa.

L’ARMA DI PUTIN – Sinora il Cremlino ha reagito con forte irritazione, condannando l’attacco “contro uno stato sovrano, in violazione delle leggi internazionali e con un falso pretesto” e “minerà la lotta al terrorismo”, ma non è andato oltre. L’arma più potente in mano a Putin non è probabilmente quella militare – offrire alla Siria una no fly zone antiamericana usando i propri radar e i propri missili, cosa possibile -, ma quella della diffusione di informazioni antitrump nel Russiagate. Ma quella è l’arma finale – politicamente “l’opzione nucleare” nei rapporti tra Usa e Russia – e lo zar Puntin probabilmente se la terrà ben stretta fino a che non diventasse ai suoi occhi inevitabile.

 

http://www.quotidiano.net/esteri/trump-siria-assad-1.3022473

 

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