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Slayer Repentless

DiPaul Polidori

Set 20, 2015

Gli Slayer non si fermano mai, inesorabili e senza pentimento

Recensione di Stefano Risso – Pubblicata in data: 08/09/15

C’è sempre una prima volta. Anche con una carriera di oltre trent’anni, con undici album alle spalle, quando si ha fatto la storia del genere e si è considerati tra gli ultimi numi tutelari del metal, il destino ti mette davanti situazioni nuove da affrontare. La caratura di una band viene fuori in queste occasioni, quando le certezze diventano dubbi e le consuetudini diventano eccezioni.

Il dodicesimo album degli Slayer, “Repentless”, è tutto questo, una serie di novità che ha posto la band, davanti a un lavoro che segna in modo indelebile la discografia degli americani. Sei anni dopo “World Painted Blood” sono cambiate molte cose, la prima in ordine di importanza, drammatica, l’assenza di Jeff Hanneman (morto il 2 maggio 2013), solido pilastro su cui si basava parte del songwriting della band. Benchè il sostituto scelto, Gary Holt degli Exodus, sia di assoluta garanzia e  complementare agli altri due vista l’ormai lunga e fruttuosa attività live, un disco senza Hanneman è un qualcosa da assimilare. A questo si aggiunge la defezione di Dave Lombardo (allontanato nel 2013), sostituito da Paul Bostaph, riproponendo ancora la lotta tra chi preferisce lo stile unico del primo o del secondo.

Novità che non hanno intaccato quello che devono rappresentare gli Slayer alle orecchie di milioni di metalhead e il risultato finale del disco. A livello di scrittura poco è cambiato, dal momento che la gestazione dei brani è iniziata ben due anni prima della morte di Hanneman, con un intervento nullo da parte di Holt il quale si è limitato a seguire i dettami di King e registrando pari pari gli spunti partoriti del buon Jeff. Ma come suona  “Repentless”? Dopo un paio di album dignitosi ma forse un po’ stanchi, il dodicesimo capitolo è un concentrato di stilemi slayeriani come non ne sentivamo da diverso tempo, caotici, potenti, feroci.

Se “World Painted Blood” era finalizzato alla ricerca di atmosfere cupe e sinistre, con brani più lenti e morbosi, in “Repentless” i nostri hanno preferito tenere i giri motore quasi costantemente nella zona rossa, riuscendo a imbrigliare la violenza senza mai andare in stallo. Dopo una bella intro atmosferica, ritornano forti le influenze hardcore/punk,  concentrate nella prima parte del disco. La già nota title-track è un tributo allo stile di Hanneman, con un cantato di Araya che richiama i vocalizzi brutali di “Diabolus in Musica” e “God Hates Us All”, mettendo in mostra la terza novità in ordine di importanza, ovvero la produzione, affidata a Terry Date. In questo caso la ventata di freschezza ha giovato a caratterizzare un suono preciso ma con il giusto spessore, dando nuova vita a un Tom Araya convincente nonostante l’età, tanto da chiederci come se la caverà dal vivo con bordate come “Take Control”, “Vices” o “Cast the First Stone”, uno degli pezzi in cui si può maggiormente apprezzare il contributo di Holt: urlo bestiale di Araya che anticipa il break centrale, colpi di pennata alla “Reign in Blood” a far crescere la tensione e successivo assolo che più Holt non si può.

Episodi singoli a parte, è tutto “Repentless” a convincere, riuscendo a non calare nella seconda metà, dimostrando ancora una volta che il patto col diavolo firmato da questi musicisti è ancora valido. Un disco degli Slayer pienamente degno del proprio nome, che toglie un po’ di perplessità dopo le ultime uscite e che non mancherà di devastare i palchi di mezzo mondo. Ma del resto con una copertina tra le più blasfeme apparse recentemente e con un titolo/neologismo che potremmo tradurre con “procedere inesorabili senza pentimento”, avevate forse dei dubbi?

slayerrepentlesscover

 

http://www.spaziorock.it/recensione.php?&id=slayer_repentless_2015

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