UNA RETE SPAZIALE CON 4.000 SATELLITI

imgres

«Esperimento scientifico innocuo: chi restituisce questa scatola riceverà una ricompensa». Quando, nel 2011, Google cominciò a lanciare i primi palloni aerostatici sperimentali nei cieli della Central Valley californiana, gli incidenti erano frequenti: i congegni nelle scatole — router come quelli che convogliano il traffico internet in un ufficio, ma modificati per poter funzionare come torri wi-fi sospese in cielo anziché piantate nel terreno — funzionavano a corrente alternata. E i palloni fatti di polietilene, una plastica non molto differente da quella usata per i sacchi della spazzatura, spesso cedevano dopo pochi giorni per la pressione del gas con il quale venivano riempiti, l’elio.

Qualche anno fa, quando parlavano del loro progetto di portare internet in tutta l’Africa con una rete di aerostati, i fondatori di Google, Larry Page e Sergey Brin, venivano guardati come inventori un po’ pazzi che giocano con le macchine volanti. Poi ci si era messo anche il vulcanico Elon Musk, al tempo noto più per le eleganti vetture elettriche prodotte dalla Tesla che per i missili e le astronavi della sua SpaceX, che solo negli ultimi anni sono diventati il «traghetto» spaziale indispensabile per la Nasa. Il visionario Musk venne fuori con un progetto ancor più ambizioso: avvolgere tutta la Terra in una rete di quattromila piccoli satelliti low cost capaci di portare internet in ogni angolo del Pianeta. Intanto, a Facebook, Mark Zuckerberg aveva deciso di cimentarsi anche lui nella stessa impresa investendo su una doppia scommessa: una rete di satelliti e giganteschi droni alimentati a energia solare capaci di restare in volo ad alta quota anche per anni, non avendo bisogno di rifornimento.

Miliardari un po’ annoiati che buttano via pacchi di dollari inseguendo una chimera filantropica? Solo un sogno per fare bella figura — l’internet planetario — e regalare una connessione digitale anche a quella metà abbondante dell’umanità   confinata in regioni non raggiunte dalla copertura delle torri wi-fi terrestri?

Non proprio: Elon Musk ha appena chiesto al governo federale americano l’autorizzazione a mettere in orbita i suoi primi satelliti sperimentali. Primi lanci l’anno prossimo usando il Falcon 9, uno dei missili della scuderia di SpaceX. Se tutto andrà bene, la rete di satelliti attorno al mondo potrebbe essere completata in cinque anni. A questo punto l’azienda californiana, oggi nota soprattutto per l’astronave Dragon che già rifornisce costantemente la Stazione spaziale internazionale e che entro il 2017 comincerà a trasportare anche astronauti ponendo fine all’attuale monopolio delle Soyuz russe, diventerà anche un grande fornitore di servizi internet ad alta velocità per miliardi di persone. Altro che filantropo: portare internet a basso costo in regioni lontane o povere è comunque un grosso business.

O meglio, Musk vede se stesso anche come benefattore dell’umanità, ma la sua  è una visione «interplanetaria»: il miliardario sudafricano trapiantato in California ripete da anni che l’uomo sta distruggendo il suo Pianeta, che — per salvarsi — l’umanità dovrà, prima o poi, cercare rifugio su Marte. SpaceX è nata proprio con il fine ultimo di far sbarcare esseri umani sul pianeta rosso. E, parlando a una conferenza nel gennaio scorso, Musk ha spiegato senza battere ciglio: «Quando saremo su Marte avremo anche bisogno di un sistema di comunicazioni planetario. Quello che stiamo sviluppando sulla Terra potrà essere riprodotto su un altro pianeta. Suona stravagante, lo so. Ma non lo è».

Del resto Musk non è il solo a tentare l’impresa dell’internet planetario: la Virgin del miliardario inglese Richard Branson si è alleata con la OneWeb di Greg Wyler con un progetto analogo: la costruzione di una rete mondiale di satelliti per la fornitura di connessioni digitali. Lo stesso Wyler fa da tempo parte del consorzio O3b Networks, che ha già una rete di  dici satelliti nello spazio: forniscono servizi internet ad alcuni clienti specifici come la Royal Caribbean International, con la sua flotta di navi da crociera, la repubblica del Congo e un’università tecnologica della Nuova Guinea.

http://lettura.corriere.it/una-rete-spaziale-con-4-000-satelliti/

(Visited 21 times, 1 visits today)