Virzì conquista i David di DonatelloVirzì conquista i David di Donatello

Il maestro ha inghiottito l’allievo. Ha vinto Paolo Virzì: «La pazza gioia», road movie al femminile su due svitate in fuga da una comunità terapeutica, Thelma & Louise all’italiana, è il miglior film e la migliore regia ai David di Donatello. «Mi sono tenuto lontano da eroi e malvagi e mi sono avvicinato ai temi del disagio mentale». Il suo allievo (al Centro Sperimentale di Cinematografia) Edoardo De Angelis, che aveva 17 candidature come Virzì, non ce l’ha fatta a prendere le statuette più ambite: ma il suo «Indivisibili», storia di separazione e crescita nel Sud più cupo che per un solo voto perse la candidatura italiana agli Oscar (andò a «Fuocoammare»), porta a casa tanti riconoscimenti: 6, come «Veloce come il vento» di Matteo Rovere (Virzì si ferma a 5). Sconfitto Marco Bellocchio, 10 candidature per «Fai bei sogni», zero tituli.

L’asso che viene calato è Roberto Benigni (Davide alla carriera), standing ovation dei colleghi. «Nemmeno il Papa a San Siro ha avuto questa accoglienza, vi benedico, Dio vi benedica, il cinema italiano è il più grande del mondo, abbiamo reso grande l’arte più fragile e giovane, sentitevi sommersi dalla piena della mia gratitudine. La vita è larga, bella, dolorosa e sacra, è il cinema che me l’ha fatto scoprire. Dedico il premio a Nicoletta Braschi (sua moglie ndr), ho fatto tutto per lei e con lei, questo premio è suo, l’appartiene. Vorrei che, in cuor suo, lei lo dedicasse a me».

In mattinata al Quirinale dal presidente Mattarella Benigni zigzagando a braccio era stato molto più scoppiettante, col suo naso da clown, la sua pienezza di vita, i suoi punti esclamativi: «Sono il presidente del Pci, Partito del cinema italiano. Vorrei somigliare al nostro presidente, se fossi lui dal Mattarellum avrei fatto il Benignellum». Ed è partito col suo monologo sulla fabbrica dei sogni: «Il cinema è un’estasi, la storia di un sogno. E non voglio parlare di crisi, il cinema non può morire perché è immortale. Possono morire l’inquietudine, la paura. Ma non il sogno». Un Manifesto sulla Bellezza dimenticata: in questo mondo «dove tutto è basato sull’ignoranza e il conformismo»; in questo mondo soggiogato «al dominio del corpo, che ha indebolito la nostra anima…fermiamoci e permettiamo alle nostre anime di raggiungerci. Andate in farmacia e ordinate 5 milligrammi di 8 e mezzo, 15 gocce di Gattopardo».

La seconda edizione in diretta tv su Sky asseconda i ritmi del conduttore Alessandro Cattelan, ritmo e ironia, senza la forfora del passato e la cerimoniosità di casa Rai. La serata però comincia in tono minore, con una serie di gag lunghe e fuori bersaglio: le regole per vincere un David; l’età di Rondi, anima del premio, che si è spento; i romanzi del ministro Franceschini «da cui nessun film è stato tratto»; «l’uomo che incarna i sogni italiani» (Rutelli e non Argentero).

Stefano Accorsi, il pilota bohémien del campionato GT dai capelli unti e dai denti neri, brucia tutti ed è «Veloce come il vento»: è lui il migliore attore. Ma sul palco ancora più veloce è Daniela Tartari (acconciatura per «La pazza gioia»): «Grazie, è tutto, vi faccio risparmiare qualche secondo».

Ecco altri premi laterali. «Ero sicura che non avrei vinto», dice Antonia Truppo, che con «Indivisibili» ha superato un’attrice come Valeria Golino (La vita possibile), «ho lavorato con attori sconosciuti, spero che il cinema prenda quest’audacia e faccia i film che vuole fare». Miglior costumista Massimo Cantini Parrini (“Indivisibili”) che dice con elegante vis polemica: «C’erano pochi soldi, dedico questo premo a chi mi consigliò di non fare questo film».

http://www.corriere.it/spettacoli/17_marzo_27/virzi-conquista-david-donatello-afcdf572-1337-11e7-be9a-6ca09ed8307d.shtml

 

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