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AUGUSTA MASTERS:il torneo della “giacca verde”

DiPietro Sciandra

Apr 6, 2016

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A cura di El Tigre

Augusta National/Georgia (Stati Uniti d’America)

Augusta occupa, sicuramente il primo posto nel cuore degli americani, per molteplici ragioni che cercheremo di analizzare.

Il percorso di Augusta fu disegnato nel 1931 dal grande Bobby Tyre Jones e dal suo assistente Alister Mackenzie.

Il paesaggio di Augusta è davvero unico, soprattutto in primavera:un vero giardino con le macchie di azalee, gli alberi da frutta di ogni tipo che si fondono armoniosamente con i pini di grossa taglia e i cornidi.

Dal 1934, Augusta ospita il torneo dei grandi maestri, il celebre Masters, verso la metà di aprile. Si tratta di una specie di rito atteso dai golfisti di tutto il mondo e che si rinnova ogni anno, fatto unico nella storia di grandi tornei, in quanto lo stesso British Open cambia scenario di anno in anno.

Dire torneo dei maestri significa la raccolta di tutti i migliori del mondo, sia presenti che passati. In effetti, per un sistema un po’ complesso di esecuzioni, i più grandi campioni della storia del golf amano ritrovarsi, in primavera, ad Augusta, dove sono trattati con deferenza. Ma, d’altro lato, questo torneo è certamente uno dei più esclusivi del mondo per volontà degli organizzatori e cioè dell’Augusta National Golf Club:non più di 40000 spettatori al giorno.

La televisione ne ha fatto un punto di incontro strategico per lo sport negli Stati Uniti. Anche i non appassionati guardano il Masters. La rete CBS, che ha l’esclusiva delle immagini, fa uno sforzo particolare per questo torneo. Ma quello che fa di Augusta un luogo unico è il percorso. Non si può non innamorarsi di questo percorso estremamente sofisticato ma tanto seducente. Nulla a che vedere, ben inteso, con i rudi percorsi scozzesi il cui fascino sta proprio nella semplicità dello scenario; è un altro tipo di golf, simbolo del rinnovamento americano, quello che si vive qui. In origine, il grande Bobby Jones (rappresentato insieme a Walter Hagen nel film “La leggenda di Bagger Vance”) ritiratosi dalle competizioni a 28 anni, decise di costruire il “suo” percorso di Augusta, ad una cinquantina di chilometri da Atlanta, dove egli nacque. E con lui un architetto scozzese, Alister Mackenzie. “All’epoca era una riserva naturale”, racconta il giornalista americano Loran Smith, autore di molte opere sul Masters “E un amico aveva consigliato a Bobby Jones di acquistare una proprietà di 75 ettari, una vecchia piantagione di indigofere. Quest’ultima apparteneva ad un belga ed era stata la prima piantagione commerciale del sud degli Stati Uniti. Alberi e piante di ogni genere erano stati portati da vari Paesi. Ed è su questo terreno ideale che il duo disegnò le 18 buche dando ad ognuna di essa il nome di un arbusto o di un fiore che cresceva nella vecchia piantagione”.

L’architetto non risparmiava gli elogi al grande campione. “Se, come penso, Augusta diventerà una delle meraviglie di questo mondo, lo dovrà alle idee straordinarie di Bobby Jones”.

Entrambi erano d’accordo sul fatto che il percorso sarebbe divenuto grande solo se fosse stato adatto alla maggior parte dei giocatori. Doveva richiedere strategia, abilità, e favorire il giocatore medio pur tenendo anche quello più esperto sotto tensione. I risultati sono evidenti ancora oggi anche se il terreno ha subito, a seguito di varie controversie, alcuni cambiamenti indotti dal progresso tecnico. Le prime nove buche sono diventate le ultime nove. Le buche sono state allungate, come la buca 16, un par 3 di 115m; sono stati costruiti alcuni bunkers, ma soprattutto i greens sono stati trasformati, grazie all’apporto del tappeto erboso “bent grass” che ha sostituito quello noto come “Bermuda”. In un primo tempo si è gridato allo scandalo, ma poi ci si è resi conto del miglioramento.

I campioni del Masters, dopo essersi lamentati per la loro lentezza, ora chiedono clemenza ai giudici quando sistemano le bandiere.

I greens dalle molteplici ondulazioni possono deludere le speranze di qualunque giocatore. Si alzi chi non ha mai fatto tre putts, almeno una volta su un green d’Augusta!

Lo stesso Ben Hogan nel 1954 ha perso in play-off a causa di tre putts concessi al suo rivale Sam Snead. Eppure questi greens sembrano così accoglienti, vasti come enormi piatti. Tranne che per la buca 2, che può essere raggiunto in due tiri, a condizione, però di essere giocati alti e morbidi.

Altrimenti è una catastrofe. D’altra parte, bisogna scegliere in anticipo il punto del green dove si vuole ricadere. E’ evidente che per alcune buche è preferibile dover effettuare un putt di 20m con la giusta inclinazione che non trovarsi a 6m dalla bandiera con varie inclinazioni da affrontare. Ecco la grossa difficoltà di questo percorso. Così accogliente a prima vista con i suoi larghi fairways, praticamente senza rough e così pochi bunkers, 42 in tutto, di cui soltanto 10 sui fairways. Ma non dimentichiamoci che Bobby Jones, l’anima di Augusta, è stato uno dei più grandi putters nella storia del golf. Ed è proprio per questo che egli ha creato un percorso largo, senza troppi ostacoli, per dar fiducia ai membri del club, ai quali il percorso era stato in un primo tempo destinato.

Non vi è una sola buca che non sia piena di ricordi. Nel 1986, il Masters ha celebrato la sua cinquantesima edizione. Basta questo per capire di quanti risultati sensazionali e di quanti disastri esso è stato testimone. Il più celebre resta l’incredibile albatros realizzato dal leggendario Gene Sarazen, che con un ferro 4 alla buca 15, par 5 di 457m, all’ultimo giro del Masters del 1935 raggiunse e alla fine sconfisse Graig Wood in play-off; risultato ancora più leggendario se si tiene conto che vi partecipava per la prima volta.

I giocatori sono continuamente sballottati tra l’estasi e l’angoscia, il trionfo e la tragedia, soprattutto quando affrontano il celebre “Amen Corner”, la famosa trilogia delle buche 11, 12 e 13, dove tanti eventi si sono svolti. Citiamo Byron Nelson che vinse su Ben Hogan in play-off dopo tre birdies alle buche 11, 12 e 14. O ancora, alla buca 13, l’eagle di Arnold Palmer che vinse così il primo dei suoi quattro Masters, nel 1958, e riuscì a ripetere il tiro nel 1962, battendo Gary Player e Dow Finsterwald. Per Jack Nicklaus, la 12 è la buca più delicata. Questo piccolo par 3 di 142m richiede la massima concentrazione. Vi si può giocare con un ferro dal 9 al 4. Acqua davanti al green, bunker sul dietro, la sola soluzione è quella di mirare al centro del green. Infine , la buca 16, par 3 ridisegnato da Robert Trent Jones, ha fornito l’occasione a Palmer di farla in due colpi nella sfida contro Ken Kenturi e Dow Finsterwald quando, nel 1971, Johnny Miller (presente nel film “Tin Cup”) all’ultima buca giocò la sua pallina con un ferro 6 mandandola a finire in un bunker e questo bogey gli costò la vittoria. Più di qualunque altro al mondo, il Masters è stato teatro di finish da togliere il fiato. Tra il 1934 e il 1985 vi sono stati giocati non meno di 18 play-off. Gary Player non si sottomise a tale prova nel 1979 quando la domenica recuperò un ritardo di 7 punti e si aggiudicò il suo terzo Masters con uno splendido -7 65, un vero primato ora uguagliato. Ma per Player dall’ammirevole sangue freddo, quanti campioni timorosi, sopraffatti dal nervosismo. L’ aneddoto più significativo riguarda l’argentino Roberto De Vicenzo che, nel 1968, commise il fatale errore di firmare una scheda da 66 a suo sfavore, il quale gli fece perdere il diritto di disputare lo sbarramento. Soltanto durante un Masters accadono cose simili. Per questo ogni primavera gli appassionati di sempre vanno a vedere sfilare i campioni, la maggior parte ricchi sfondati.

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