IL DIVORATORE DI ANIME – Capitolo 160

GLASTONBURY (INGHILTERRA) 

 

CALDERONE CELTICO IN ARGENTO DI GANDESTRUP (DANIMARCA)

CALICE DI VALENCIA (SPAGNA) 

 

IL DIVORATORE DI ANIME

Capitolo 160

IL SANTO GRAAL

Cosa è esattamente il Santo Graal? Forse non è “solo” il calice in cui bevve Gesù nell’ultima cena e che poi accolse il suo sangue sulla croce. Il Santo Graal è qualcosa di più di una semplice coppa; non è solo un simbolo cristiano, ma è il simbolo cristiano per eccellenza, forse più della stessa croce che era un simbolo pagano e romano che divenne sacra tramite Cristo. Difatti per rispetto della religione cristiana la crocifissione fu tolta dall’imperatore Giustino II; detto Giustiniano, come forma di tortura e di pena capitale; perché si moriva soffrendo, per non ricordare ai cristiani cosa avesse potuto provare il loro messia. Giustiniano tolse la crocifissione come pena all’incirca tra il 529 d.C. e 533 d.C.. Famosissimo il codice di Giustiniano; la sua raccolta di leggi.

L’opera da non escludere sul Graal è senza dubbio “PARSIVAL” di Wolfram Von Eschenbach, scritto nel 1210. Poi egli trattò il secondo con il figlio di Parsifal, Lohengrin che continuò la ricerca del Graal. Lo stesso Richard Wagner (musicista, 1813-1883) dedicò una composizione intitolata appunto “Lohengrin” di durata 2’32”.

Lancillotto si pentì di aver amato Ginevra, moglie del suo re, facendo la penitenza di eremita a La Chapelle, per arrivare in cielo tra gli angeli e farsi perdonare per ciò che aveva fatto. Invece Ginevra morì dopo aver affrontato la vita monacale.

Thomas Malory colloca nella Piana che prende il nome della città (Avalon), nel punto di confluenza dei fiumi Avon, Bourne e Nadder ora all’interno di essa, la sanguinosa battaglia che decretò la morte di Artù. Eseguendo la sua volontà il fedele Bedivere ne gettò la spada nell’acqua (Excalibur). Subito “emerse un braccio”, la mano la afferrò, scosse la spada tre volte e poi, brandendola, scomparve con essa. Quest’immagine sembra davvero evocare la fine di un’epoca e di quella tensione spirituale che faceva ancora dire a Malory, in ritardo sull’evoluzione dei tempi.

Il racconto del Santo Graal è uno dei più veri e più sacri al mondo”.

Thomas Malory era uno degli scrittori anonimi morto nel 1471; egli fu scoperto solo nel 1934.

L’etimologia della parola “GRAAL” che viene indicata nella maggioranza dei testi sull’argomento è il termine latino medievale “GRADALIS”, che significa recipiente, vaso, piatto cavo o coppa. Sull’oggetto evocato, dunque, piuttosto che sul termine in sé, si sono concentrati gli studi, nel tentativo di arrivare all’origine di uno dei più ricchi e complessi simboli del cristianesimo.

In questo viaggio a ritroso, valicato il confine storico costituito dall’avvento e dalla diffusione del cristianesimo, si giunge al cuore della religione, o meglio della visione del mondo dei celti, in cui l’immagine simbolica di un recipiente con proprietà miracolose, in grado di produrre una quantità inesauribile di alimenti, benefici e vantaggi di ogni genere e addirittura RIDARE LA VITA, normalmente definito calderone è variamente presente.

Un primo mito, raccolto nel Galles, lo collega alla dea Cerridwen; madre di due figli, uno tanto bello quanto era brutto l’altro, la dea decise di pareggiare i conti preparando per quello meno favorito dalla natura una pozione magica, che ne avrebbe fatto un sapiente, veggente e poeta sublime. Dopo un anno e un giorno la pozione di erbe necessarie a produrre l’incantesimo, messe a macerare in un calderone, non era ancora pronta. Così la dea, dovendo allontanarsi per cercare altre erbe, egli mise a guardia del calderone un ragazzino, sulle dita del quale finirono alcune gocce bollenti dell’intruglio. Egli, per il dolore, portò la mano alla bocca, e immediatamente fu in grado di udire tutto ciò che veniva detto nel mondo e di conoscere ogni segreto del passato e del futuro. Da questa vicenda, indipendentemente dal suo complicato proseguimento, si ricava la traccia di riti di tipo iniziatici, dove il calderone è il pentolone in cui vengono messe a cuocere sostanze conosciute solo dai druidi, per produrre stati di “trance” in grado di dilatare i poteri della coscienza. Il famoso calderone celtico in argento fu trovato all’inizio del I secolo a.C. a Gandestrup in Danimarca.

Un altro calderone entra in gioco nella storia sempre gallese di Branwen (all’origine un’antica dea dell’amore), maltrattata da un violento guerriero irlandese cui era andata sposa. Già nel giorno delle nozze Bran, fratello di Branwen, aveva sventato uno scontro cruento tra un altro suo fratello (Evnissien) e lo sposo, pagando l’offesa subita da quest’ultimo con il dono della Caldaia della Rinascita, che aveva il potere di ridare la vita ai guerrieri morti in battaglia che vi venissero immersi. Il magico oggetto torna alla ribalta nella continuazione della storia come il mezzo con cui gli irlandesi, facendo rinascere i loro guerrieri, ebbero la meglio sull’esercito di Bran accorso a liberare la sorella dalla tirannia del marito, nonché come quello di Evnissien, andando così incontro alla morte, fracassò dall’interno dopo essersi gettato dentro. In questo caso la caldaia sembra simboleggiare le forze di trasformazione e germinazione, non diversamente dal crogiolo alchemico.

Resta ancora da ricordare il fatto che l’immagine del calderone come fonte di abbondanza, in grado di sfamare chiunque e quindi di garantire la sopravvivenza della tribù in caso di calamità, compare fra gli oggetti preziosi del corredo del dio Dagda nella tradizione celtica irlandese, nonché di quello della dea Brigit (Brigantia in Inghilterra, Bride in Scozia e Briganda nella Francia celtica), poi trasformata nel cristianesimo nella santa protettrice dell’isola, che se ne serviva per alimentare l’ispirazione dei poeti, e quindi i contatti di questi ultimi con il divino.

Il racconto dei celti riprende con la storia del re ferito. Difatti il giovane cavaliere Parsifal arrivò ad un fiume su cui era accostato un re pescatore ferito ad una coscia. Un incantesimo costringeva il re pescatore a soffrire per la sua ferita ed a condannare la sua terra alla desolazione finché non sarebbe sopraggiunta la dovuta guarigione. In una processione rituale una fanciulla portava in un alone di luce abbagliante uno strano oggetto, il Graal.

Nei racconti di Bran il Benedetto, re di Britannia; si narrava che durante una battaglia fu ferito ad un piede ed ordinò ai suoi compagni di tagliargli la testa e di portarla con sé. La testa avrebbe dovuto proteggere il paese da ogni invasione.

Ci sono molte osservazioni dovute; ovvero il re pescatore che rappresenta il pescatore di anime; il pesce è simbolo sacro per il cristianesimo. Il pesce era sacro a quelle divinità che dovevano riportare in vita gli uomini dal regno delle ombre della morte. Lanciare l’amo o le reti non significa solo pescare uomini, il compito assegnato agli apostoli ed a Pietro in modo particolare, ma anche di cercare di raggiungere le radici più profonde della propria identità e della stessa vita.

Difatti per i celti l’acqua era lo specchio come portale per l’altro mondo; l’aldilà. Tanto è vero che la stessa Excalibur uscì dal lago tramite un braccio; e la leggenda vuole che sia la Signora del Lago; che diede poi il nome a Lancillotto come Lancillotto del Lago.

Difatti i celti avevano delle divinità tra cui il sole che era la Forza, la luna era l’Amore e la Terra era la Sapienza e la Fertilità.

Nella simbologia alchemica il cranio della testa mozzata era il simbolo del vaso di trasformazione perché ospita il cervello, parte divina dell’essere umano come sede del pensiero, dell’intelligenza e del mistero. Va ricordato infatti che, sotto il controllo dei druidi, il popolo dei celti praticava sacrifici a volte anche umani perché il sangue era vissuto come fattore magico di fertilità e lo si donava alla dea Madre Terra per placarla e scongiurare la desolazione. Il sangue come flusso vivificatore che parte dal cuore e al cuore ritorna, il sangue evoca il dinamismo della vita, nonché lo spirito che si attiva nel corpo fisico, e in questo senso è il più prezioso dei tesori.

Vedi il vangelo di Luca (22, 7). Il Graal passa dai celti all’ultima cena come simbolo già preesistente ma con significato non più pagano ma religioso. Difatti Giuseppe d’Arimatea che aveva aiutato Gesù sulla croce e che accolse il suo sangue in un calice, anche se alcuni dicono che si trattasse del piatto di Gesù dell’ultima cena e non il calice. Per questo Graal fu inteso come “recipiente” che giocava sull’ambiguità del calice/piatto. Giuseppe d’Arimatea fu perseguitato ed arrestato e fuggì dal carcere solo per aver chiesto il corpo di Cristo. Si narra che Giuseppe d’Arimatea si fosse recato in Europa e consegnò il Graal ai druidi.

La storia riprende ad Avalon, attuale Glastonbury (Inghilterra). Difatti si narra che Giuseppe d’Arimatea fondò la prima comunità cristiana in Britannia ed è documentato sia l’incendio nel 1184 del primo santuario cristiano fondato da Giuseppe d’Arimatea. Fu dimostrato che Avalon coincide con Glastonbury tra il 1191 e il 1212. Cosa molto importante è che ad Avalon furono seppelliti re Artù e Ginevra; escluderebbe il mito leggendario e confermerebbe in una storia vera.

L’impatto determinato sulle masse dall’idea che, ogni volta che veniva celebrata la messa, il pane e il vino consacrati diventassero il corpo ed il sangue di Cristo, bevanda e alimento di VITA ETERNA, deve essere stato fortissimo.

Possiamo immaginare l’emozione del cristiano primitivo che accedeva al sacramento. Da un punto di vista teologico, poi, la definizione di transustanziazione venne messa a punto solo nello stesso 1215, dal Concilio Laterano.

La Chiesa di Roma infatti andava ufficializzando la sua autorità assoluta nella gestione della vita spirituale del fedele, non senza forti resistenze da parte di cristiani che non condividevano l’atteggiamento, gli indirizzi e le scelte.

Occorre tuttavia ricordare che, dopo la morte di Giuseppe di Arimatea e di suo figlio, i discendenti non si mostrarono degni di custodire il Sacro Graal, che andò nuovamente disperso.

Durante la prima crociata, il 15 luglio 1099 fu conquistata Gerusalemme. Sembra che i crociati trovassero un sacro calice. Altre credenze ritenevano che il Graal fosse il piatto o il Sacro Catino in smeraldo che conteneva l’agnello pasquale usato poi nell’ultima cena. Difatti per questo Von Eschenbach narrava del Graal come di una pietra verde.

Dopo la conquista di Gerusalemme, i crociati conquistarono Bisanzio che si chiamava anticamente Costantinopoli (attuale Istanbul/Turchia). Ci fu un saccheggio generale di tutte le reliquie e sembra che tra gli altri tesori c’erano gli oggetti della Passione di Cristo: il bacile di Gesù, il lino, suppellettili dell’ultima cena, la corona di spine, la clamide, il flagello, la tunica, le fasce con il sudario e il sangue, la pietra su cui nel sepolcro poggiava il capo del Salvatore. La fonte di tutto questo è data da un monaco irlandese, Nicolò Saemunderson tra il 1151 e 1154 che compì un viaggio in Terrasanta.

Dopo il saccheggio di Bisanzio le reliquie finirono a Venezia (Italia) per poi scomparire di nuovo.

Qualunque sia il significato da attribuire al Graal dei poemi medievali, è evidente che non si trattava di UN OGGETTO MATERIALE. Il clima creatosi in Europa fu uno dei fattori che contribuirono al diffondersi della leggenda.

In Spagna, nella cattedrale di Valencia fu venerato un calice credendolo il Graal…

 

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