Intervista alla Poetessa ANNA DE PADOVA – di Andrea Di Lenardo

Un viaggio tra poesia e filosofia con la giovanissima autrice

I. “Accenni di anatomia ignota” (Aletti editore), il tuo primo libro di poesia. Cosa puoi dire di questa prima opera?
Innanzitutto grazie per la possibilità di questa intervista. Accenni è stata effettivamente la prima opera che ha visto una pubblicazione ed incontrato curiosità ed interesse da parte dei Lettori. Per quanto non sia la prima in assoluto che abbia scritto, la precede di poco un altro opuscolo poetico, è sicuramente quella che, nella sua costituzione quasi autonoma, mi ha permesso di portare alla luce un amalgama di concetti e sensazioni, nonché di controversie, su quel soggetto che forse più di tutti lascia pensare: l’Uomo nella sua ascesa alla propria costituzione primigenia, gradualmente scardinato da ogni istanza fideistica, interpretazione di se stesso forse compiuta, forse solamente più consapevole. Ed utilizzo l’avverbio in una concezione non casuale, in quanto mi prefiggo sì d’impostare una via, un percorso, un lumen che possa indicare la direzione in questa opera dialogica dall’andamento serrato ed enigmatico, ma in questo non si evidenzia l’intento di porre una verità oggettiva, già data, impenetrabile ed estranea, quanto piuttosto d’illuminare una risposta soggetta ad ulteriori e possibili chiarimenti: sarà dunque il Lettore che procedendo deciderà il proprio sguardo ed il proprio tempo, trovando nel primo caso una soluzione ad alcuni quesiti e nel secondo s’aggregherà alla scia di quelle indispensabili domande considerate, nella loro semplice naturalità, come motore intrinseco dell’opera stessa. Come si può sottintendere dal titolo, d’altronde, si suole dare degli Accenni su d’una materia essenziale quanto sconosciuta: l’Uomo ideale e reale, passato ed attuale, inventando non solo il modo di dover far questo, ma anche il da farsi stesso, ponendo quindi in analisi l’azzardo di trovare solo ciò che il coinvolgimento è in grado di dare, suscitando reazioni che, tutte diverse, possano spingere il Lettore oltre l’ultima parola del testo.

II. Quando si termina il tuo libro – forse parlo a titolo personale, avendolo letto quasi tutto d’un fiato- si resta con un intreccio di riferimenti e influenze, magistralmente amalgamati nel creare da tante cose qualcosa di nuovo. Quali sono state le tue influenze principali?
In maniera forse un po’ anacronistica mi verrebbe da dire l’esperienza, l’elaborazione di un vissuto personale, di quell’insieme disarmonico che, nel rigorismo dei suoi enigmi, è in grado di evidenziare la stessa realtà, conferendole una legittimazione essenziale. Ciò non toglie che abbia avuto certamente influenze esterne. Ho una predilezione per le evocazioni pessoniane –mi viene innanzitutto in mente il Faust–, per la vertigine e l’ironia di Cioran come armi contro la vita e per la vita, e per la scrittura prospettica della Dickinson, quale miglior strumento in grado di permettere costanti rapporti con l’Altro, con l’opposto, eludendo la censura rigida della realtà e sfociando spesso e volentieri in un universo fecondo e sconosciuto.

III. Nel processo creativo, come dicevo prima, l’artista è un po’ un demiurgo. Tu unisci la poesia alla filosofia?
Sicuramente, ed in questo la mia estrazione filosofica ha giocato un ruolo molto importante. Tendo a mettere in discussione ogni cosa, dalle certezze ai dubbi stessi, e la poesia è stata l’unica modalità a me congeniale per trascrivere un certo stato perturbante, come direbbe Freud, o quello proprio del sublime kantiano, in cui l’animo è contemporaneamente attratto e respinto.
Penso in questo caso ad una mimesis svincolata da quelli che potrebbero rivelarsi i legami paralizzati di un modello prestabilito; parlerei quindi sicuramente di un demiurgo, ma tale da trattare la materia d’un fondamento mai oggettivabile. Non ho mirato, quindi, ad un archetipo a cui avrei dovuto rendere la poesia subalterna, poiché il mondo della poesia non scaturisce da alcuna costrizione esterna. Si tratta quindi di pensare ad un nulla come base della forza espressiva di cui l’artista, a mio dire, è massimo artefice. Un nulla che si trova in alto, per dirla alla maniera plotiniana, in grado di rivelare le infinite ragioni delle cose. Del resto, come si può rivelare poeticamente qualcosa se partiamo già dalla pretesa di conoscere la sua natura?
Per concludere, quindi, direi che certamente in ogni assetto, frase o pensiero, riecheggia ora la filosofia, ora la poesia, in quanto vi è un legame imprescindibile alla base dell’operare di queste due modalità: autonome ed analoghe nella loro essenza ultima.

IV. Ai generi – filosofia, ecc. – si accosta il mezzo. Perché utilizzi proprio la poesia come mezzo?
L’analisi più tecnica la lascio alla domanda precedente. Personalmente, non posso dire di aver propriamente scelto la poesia come un mezzo: è stato un accostamento graduale, spontaneo e naturale alla modalità di lettura del reale che più sentivo affine. La poesia è stato il discorso con il quale ho voluto sia rivelare che manipolare, quello che reputavo essere più adatto a sottolineare la contraddizione intrinseca dell’opera artistica: da una parte portare il Lettore ad accostarsi ad una realtà che prende forma proprio attraverso le parole e le rime che scorrono con la loro autonoma e sfacciata natura; dall’altra, assentire o negare quella stessa realtà, lasciando il Lettore in uno stato di spaesamento. Credo sia proprio quello il momento più alto della realizzazione: quando l’autore, nel suo disegno, fa emergere il contrasto e si astiene dal rassicurare lo spettatore –o lettore che dir si voglia– fornendogli una risposta con la quale egli si troverà certamente confortato nel suo consenso. Chiaramente potrà capitare di essere d’accordo con il poeta, con il pittore, con l’artista, ma questo non è condizione necessaria della riuscita dell’opera. Il Lettore, nel mio caso, potrà non assentire, oppure rimanere con domande insolute; ad ogni modo, alla fine del viaggio, qualcosa sarà cambiato ed il resto che ci circonda potrà apparire diversamente intonato ed illuminato.

V. Come ti sei accostata all’esistenzialismo?
Credo che sia tutto avvenuto in maniera alquanto repentina ed immediata. L’esistenzialismo è quella corrente in cui il pensiero ha riconosciuto da subito se stesso, con la sua natura, i suoi dubbi, le sue sensazioni. Perché, come ho scritto in Accenni, è tutto un gioco di essenziali rimandi: giriamo attorno ad un centro, ma vuoto, ancora non disvelato ed in via di precaria decodificazione. Eppure, questa interpretazione ha tutto un sapore soggettivo: più si è consapevoli, più si discosta il velo dell’analisi superficiale per arrivare a cogliere solo ciò che ognuno di noi, secondo la propria modalità, è in grado di scoprire. Si ricerca, dunque, lo specifico dell’essere umano, nella sua esistenza irripetibile e precaria, nel disvelare il senso ultimo della possibilità stessa di essere, della libertà che si presenta all’Uomo che pone in oggetto se stesso ed il proprio rapporto con il mondo.

VI. Ma ti occupi anche di epistemologia e filosofia della scienza in ambito universitario. Qual è il tuo percorso di studi? Ha influito sul tuo talento e sulla tua arte o si può dire il contrario?
Il mio percorso di studi ha visto la filosofia della scienza come protagonista. Ho affrontato temi di fisica e metafisica, ponendoli a contatto con l’esigenza di trovare in essi una via di fuga tutt’altro che scontata: la fisica mi ha fornito l’analisi, la filosofia il fondamento e la poesia, scelta del tutto personale, l’espressione. In senso astratto, ho cercato di far camminare l’Uomo un po’ più vicino alle stelle, che rispetto alle cose del mondo concreto e reale, per quando le prime si trasfondano nel secondo e viceversa. Per quanto io non evinca una netta distinzione, dunque, ho provato ad accostarmi a ciò che sta in alto, come motore rivelatore della natura stessa celata nel profondo dell’intimo umano. In conclusione, perciò, potrei dire che sia l’arte ha influito sullo studio scelto, indicandogli l’inclinazione da prendere, sia quest’ultimo ha dato validità e metodo a quell’analisi che altrimenti sarebbe rimasta priva di struttura.

VII. Vorrei porti a beneficio dei Lettori una domanda su cui abbiamo già avuto modo di parlare, la cui risposta ho trovato molto stimolante: perché scrivi? Cosa ti spinge a creare?
Come ti dissi personalmente, scrivo sin da quando ho sentito la necessità di nascondere qualcosa; la tendenza incontrovertibile a rivelarlo trascrivendolo su carta, tuttavia, ha posto in evidenza quell’empasse personale che avrebbe potuto risultare fatale – sfociando nell’immobilismo – se non fosse stato per la volontà di porre il tutto sotto la luce, non sempre disvelatrice, della poesia. La questione, dunque, non è mai stata quella di trovare una risposta, quanto piuttosto di capire quali fossero le domande.

VIII. Nel salutarti e ringraziarti per aver voluto condividere questo viaggio, vorrei chiederti dei tuoi progetti letterari che stai portando avanti e futuri.
Attualmente sto lavorando ad una raccolta poetica in lingua inglese, che spero di poter pubblicare direttamente con una casa estera, data la mia volontà di trasferirmi a Londra. Si tratta di un insieme di poesie in rima, terzine e quartine, che sottolineano a vario titolo l’influenza della poetica di E. Dickinson.
Ho già terminato invece la realizzazione di un saggio dal titolo “Il Giorno Mortale” ed ho intenzione di proporlo per una pubblicazione. Rimane ancora da parte, invece, il primo opuscolo che realizzai, un insieme di pensieri rimati e non, molto crudi e diretti, nella speranza che un domani possa trovare la sua giusta collocazione.
Infine, spero chiaramente che questa vena poetica non si estingua con il passare degli anni, ma che diventi il filtro in grado di proiettare i giorni in una luce sempre diversa. E’ una questione, in vero, su cui non si può decidere analiticamente e razionalmente: fosse solo questo, la poesia sarebbe frutto di una decisione premeditata e priva di quell’imprevedibilità in grado di conferirle tono ed impatto.

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